La lotta alla segregazione razziale negli Stati Uniti

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L'immediato dopoguerra è caratterizzato negli Stati Uniti dalla presenza del fenomeno della segregazione razziale. Bianchi e neri sono tenuti separati: vivono, lavorano, studiano, acquistano e mangiano in spazi sperati. nei rari casi in cui si trovino ad incontrarsi, ai neri è richiesto di essere riverenti e rispettosi nei confronti dei bianchi.
I primi problemi per quello status quo iniziano con la richiesta avanzata da alcuni genitori riguardo alla possibilità che ai loro figli sia permesso l'accesso all'istruzione sino ad allora riservata esclusivamente ai bianchi. Il 17 maggio 1954 la Corte Suprema, chiamata ad esprimersi nel caso Brown contro il Ministero dell'Istruzione, sentenzia: «Nulla è più importante per la nostra democrazia della decisione unanime della Corte Suprema degli Stati Uniti d'America che la segregazione razziale viola lo spirito della nostra costituzione».
Nonostante quella storica decisione, molti degli stati del Sud preferiscono ignorare la sentenza e perseverano nella loro politica di segregazione razziale.
Il 1° dicembre 1955 un altro avvenimento scuote quello status quo: la signora Rosa Parks di Montgomery (Alabama) si rifiuta di cedere il proprio posto sull'autobus ad un bianco. Per lei scatta l'arresto con l'accusa di essere venuta mano al rispetto delle ordinanze cittadine sulla segregazione. In tutta risposta, un allora sconosciuto Martin Luther King organizza un boicottaggio delle autolinee di Montgomery: per 381 giorni nessun nero sale più su quegli autobus per i propri spostamenti quotidiani.
Alla fine King venne arrestato, insieme ad altre novanta persone di colore, con l'accusa di aver intralciato un servizio pubblico ma, una volta ricorso in appello, il 4 giugno 1956 la corte distrettuale stabilisce che la segregazione razziale sugli autobus di linea urbana è anticostituzionale.

Oltre ad aver portato a casa l'importante sentenza, la comunità nera scopre l'efficacia della protesta pacifica. Sit-in si moltiplicano per tutti gli stati del sud, mente è sempre crescente l'imbarazzo di un governo che vorrebbe contestare le ingiustizie razziali perpetrate da altri Paesi pur senza avere motivazioni valide per giustificare la propria situazione interna. Inoltre l'indipendenza raggiunta da alcuni stati africani, a partire dal 1957, fa sì che la popolazione di colore statunitense si identifichi in loro, manifestando orgoglio per uno scenario politico che dimostra come siano perfettamente in grado di assumersi responsabilità ad alto livello.
Nel 1961 John Fitzgerald Kennedy diventa presidente degli Stati Uniti e manifesta il proprio sostegno all'emancipazione della popolazione di colore. Nell'aprile del 1963 chiede al Congresso l'emanazione di leggi che garantiscano ai cittadini uguale accesso ai servizi e alle strutture pubbliche e private, il divieto di discriminazione nelle assunzioni nonché di qualsiasi sostegno federale a programmi o attività legate alla discriminazione razziale. Nel 1964, ad un anno dal suo omicidio, il Civil Rights Act diviene legge.
Nonostante la promulgazione di quelle norme, il processo di desegregazione è molto lento ed ancor più marcato dalle differenze di disponibilità economiche fra bianchi e neri (quest'ultimi spesso costretti a vivere in veri e propri ghetti). Intanto organizzazioni razziste come il Ku Klux Klan o i White Citizens Councils sono ancora esistenti ed in piena attività.

Per spiegare il nesso fra questa storia e le tematiche generalmente trattate del blog, vi rimando a questa foto che mostra alcuni manifestanti che sventolano bandiere ed esibiscono cartelli contro i matrimoni gay a Washington. Un'immagine incredibilmente simile a quella del 1959 presentata in apertura, nella quale un'altro gruppo di cittadini protesta nel medesimo luogo contro l'integrazione razziale nelle scuole. Il tutto con le stesse bandiere e slogan simili (persino nel 1959 si adduceva una motivazione religiosa al razzismo, come nel cartello che recita: "Stop the Race Mixing March of the Anti-Christ").
Le similitudini, però, non si fermano qui: allora come oggi sono le varie corti e tribunali a sentenziare che le discriminazioni sono anticostituzionali, sono i governi ad aver paura di muoversi e sono alcuni gruppi di cittadini a dirsi contrari a qualunque mutamento nello status quo delle cose (forse per timore di perdere un qualche piccolo privilegio o perché ammansiti dall'abitudinarietà delle cose).
A quarant'anni di distanza l'opinione pubblica è unanime nel condannare quanti scesero in piazza in quell'occasione. Se la storia insegna qualcosa, è di auspicio pensare che in futuro anche i nuovi razzisti e contestatori potranno fare la stessa fine. O, se preferite, l'occasione per riflettere su quanti preferiscono lottare contro i diritti altrui piuttosto che per i propri, come se il far star male gli altri possa in un qualche modo renderci favoriti in un eventuale confronto sulla felicità conquistata (anche se poi i fatti ci mostrano come Hitler fosse sempre incazzato e insoddisfatto e Madre Teresa di Calcutta fosse sempre felice e sorridente...).
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