Quando la schiavitù era giustificata con la Bibbia

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Nella Genesi (il primo libro della Bibbia) è contenuto il racconto di Noè, l'uomo a cui Dio ordinò di costruire un'arca per poter sopravvivere al Diluvio Universale.
Nel nono capitolo, Noè si ubriaca con del vino e si addormenta nudo all'interno della sua tenda. Cam, uno dei suoi tre figli, lo vide e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. Allora Sem e Iafet presero il mantello e, camminando a ritroso, coprirono il padre senza vedere la sua nudità.
Al risveglio Noè sia dirò per l'accaduto ed affermò: «Maledetto sia Canaan! Egli sia il servo dei servi dei suoi fratelli!». Ed ancora: «Benedetto sia l'Eterno, il Dio di Sem, e sia Canaan suo servo. Dio ingrandisca Jafet e dimori nelle tende di Sem e sia Canaan suo servo!».
Dato che tradizione vuole che da Sem siano discesi i Semiti, da Jafet gli Europei e da Cam gli uomini dalla pelle nera, quei pochi versetti fecero sì che sino al XVII secolo i suoi discendenti (ossia tutte le persone di colore) venissero considerati degenerati, impuri e maledetti. Una posizione che portò anche a ritenere un "volere divino" la loro riduzione in schiavitù.

Se da un punto di vista prettamente letterale la maledizione di Noè non venne mai lanciata su Cam (ma su suo figlio Canaan, i cui discendenti curiosamente non erano non erano affatto di colore), le Bibbie cattoliche degli anni '50 tentarono di avvalorare la tesi dell'inferiorità etnica della stirpe di Cam, identificata con i contemporanei popoli africani, attraverso la presenza di apposite glosse a piè di pagina che fornivano un'errata interpretazione.
Si è soliti dire che la Bibbia dica tutto ed il contrario di tutto, motivo per cui un'interpretazione letterale di singole parti può essere in grado di giustificare qualsiasi cosa, risultando molto pericolosa. Una tesi sostenuta anche dal Concilio Vaticano II, anche se in quel caso si afferma che il Papa e i vescovi siano gli unici ad aver il diritto di decidere quale interpretazione dei testi sia da ritenersi corretta.
Come si è visto nel caso della "stirpe maledetta di Cam", l'interpretazione data dalla curia ai singoli passi può anche mutare nel tempo o può essere manipolato (come nel caso delle note inserite negli anni '50) per giustificare dei veri e propri soprusi.
Se oggigiorno nessuno invoca più un "volere divino" nel razzismo, otto versetti dell'Antico Testamento (mai contemplati nella rivelazione diretta di Gesù del Nuovo Testamento) sono il pretesto con molti gruppi cristiani giustificano la propria omofobia. Ed anche in questo caso c'è chi sostiene che i riferimenti non siano corretti, ma derivino dalla riedizione del 1946 delle Scritture e dall'interpretazione scelta in quell'occasione (un'eventualità che non appare così dissimile dalle glosse inserite nel 1950). Se errori simili son già stati commessi in passato, viene da domandarsi da dove giunga una simile certezza nell'interpretazione simile. Una certezza non troppo dissimile da chi, fino a sessant'anni fa, discriminava i neri nel nome di Dio.
Se Gesù l'ha fatta semplice, affermando che l'unica cosa importante sia «amare il prossimo tuo come te stesso», di certo fa riflettere che ci sia ancora chi preferisca odiare nel suo nome sulla base di cavilli forniti da una qualche interpretazione, senza curarsi troppo del male generato dai propri gesti.
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