28 giugno 1969: i moti di Stonewall



Era la notte tra il 27 e il 28 giugno 1969. Poco dopo l'1.20, la polizia irruppe allo Stonewall Inn con la scusa di un controllo sugli alcolici. Si trattava di uno dei pochi bar dell'epoca dedicato a gay e transessuali ed era noto a tutti come quei controlli fossero organizzati al solo scopo di dar fastidio agli avventori (alle volte i nomi registrati dalla polizia venivano anche pubblicati sui quotidiani).
Quella notte furono otto gli ufficiali del primo distretto (dei quali uno solo in uniforme) ad entrare con l'intenzione di arrestare «coloro i quali si trovavano privi di documenti di identità, quelli vestiti con abiti del sesso opposto, e alcuni o tutti i dipendenti del bar». Ed è così che condussero tutti i presenti in strada per i controlli di rito.
Si dice che fu Sylvia Rivera a scatenare la protesta, lanciando una bottiglia addosso ad un agente che l'aveva presa a manganellate. Leggenda vuole che in quel momento nel bar corressero le note di "Over the rainbow" di Judy Garland, motivo per cui quella canzone divenne presto in un vero e proprio inno gay.
In quel momento, in un bar di Christopher Street nel Greenwich Village, ha avuto inizio il movimento di liberazione gay moderno. Quel giorno si decise di reagire e di non sottostare alle continue umiliazioni e violenze perpetrate della polizia ed accettate dalla società civile dell'epoca.
La scintilla si era ormai accesa e la folla iniziò a sopraffare la polizia. Gli agenti si rifugiarono all'interno del bar: alcuni cercarono di appiccare il fuoco al locale, altri usarono dei parchimetro come ariete per sfondare le porte. La notizia della rivolta iniziò a diffondersi e sempre più folla accorse sul luogo.
La polizia isolò e picchiò molti effeminati e, solo nella prima notte, vennero arrestate 13 persone e vennero feriti quattro agenti di polizia (più un numero imprecisato di manifestanti, alcuni picchiati selvaggiamente dagli agenti). Bottiglie e pietre vennero lanciate al grido di «Gay Power!» e circa 2.000 persone si batterono contro 400 poliziotti.
Arrivarono i rinforzi dalla Tactical Patrol Force (una squadra anti-sommossa originariamente addestrata per contrastare i dimostranti contro la Guerra del Vietnam) ma anche loro vennero respinti dei dimostranti. Si dice che furono alcune drag queen a bloccargli la strada.
All'alba le proteste scemarono, ma ripresero la notte seguente ed, ancora, a cinque giorni di distanza dalla retata. La rabbia per i maltrattamenti subiti dalla comunità lgbt da parte delle forse dell'ordine (che avrebbero dovuto difenderli e non esserne i carnefici) era ormai venuta a galla e per le strade si iniziarono a distribuire volantini con scritto «Via la mafia e gli sbirri dai bar gay!».
Era l'inizio di una nuova era. E da quell'anno, ogni anno, i Gay Pride rievocano quanto avvenuto quella notte, ricordandoci come il mondo sia stato cambiato da chi è stato pronto a scendere in strada e a metterci la faccia nel dire «no» a chi voleva negargli il diritto all'esistenza. Perché non è restando in poltrona e sopportando gli insulti che si può far la differenza.

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