La tesi dell'interpretazione



Per anni un'interpretazione della Costituzione è stata sbandierata da destra e da sinistra come prova schiacciante dell'incostituzionalità dei matrimoni gay in Italia (cercando poi di interpretare a proprio favore anche la sentenza sull'argomento emessa della Corte Costituzionale). Una pura menzogna, così come sostenuto da Arcigay e come confermato anche dalla Commissione che si sta occupando del tema, ma una bugia ripetuta ad oltranza viene spesso assimilata dalla società e diventa una verità insindacabile.
Dopo le storiche sentenze della Corte Suprema statunitense, c'è chi ha pensato bene di rispolverare la tesi dell'interpretazione. È il caso del senatore del Pdl Lucio Malan che, in merito all'esultanza espressa da Maria Cecilia Guerra (ora con delega alle Pari Opportunità), sentenzia che non si è capito il vero contenuto della sentenza e che «Come molti organi di informazione la viceministro sembra aver inteso che la Corte ha stabilito il diritto al matrimonio per le coppie omosessuali. Non è così: nulla cambierà nei 37 stati dove le coppie dello stesso sesso non possono sposarsi, neppure nei 19 di questi dove non sono neppure riconosciuti diritti inferiori al matrimonio. Le loro leggi restano pienamente in vigore».
Insomma, secondo la sua interpretazione della sentenza non cambierà nulla. Se da un lato è vero che le nozze non sono state automaticamente istituite ovunque, dall'altro vi sarà l'obbligo del riconoscimento dei matrimoni celebrati altrove: ossia, basterà munirsi di un biglietto aereo per vedere la propria unione riconosciuta anche nel Paese d'origine (un po' come se l'Italia riconoscesse le unioni celebrate in Francia).
Ma a preoccupare non è tanto la reazione di un singolo, quanto il quadro generale. Non è forse un caso se in questi giorni i commentatori di quasi tutti i giornali hanno parlato dell'argomento solo dopo aver premesso la liceità della posizione omofoba della Chiesa (di certo non motivato dalle Scritture) quasi a voler sottintendere un primato del volere ecclesiastico. E, ancora, in molti hanno parlato di «matrimonio non più solo tra uomo e donna» quasi come se i giudici statunitensi avessero deciso di propria iniziativa di cambiare qualcosa anziché limitarsi a constatare un principio (così come accaduto).
Di fronte ad un'interpretazione dei fatti e ad un'alterazione della realtà (unita ad una costante propaganda politica) è difficile pensare che si possa giungere da qualche parte. Forse qualcosa è cambiato negli Stati Uniti, ma il timore che da noi non cambierà davvero nulla è sempre maggiore, soprattutto se non ci si riesce a ritrovare neppure nel significato delle parole.
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