Secondo Tempi, è «per vocazione» che le donne fanno lavori meno pagati dell'uomo



Il settimanale Tempi è uno dei maggiori sostenitori della fantomatica «ideologia gender», una teoria mai formulata in ambienti accademici ma che è stata inventata a tavolino al fine di poterla utilizzare come paravento per una più bieca e subdola omofobia. Dato che non è bello dire che i odiano i gay, allora si preferisce dire che si odia «il gender»: è poi nel nome di quello che si pretende che gay e lesbiche non possano sposarsi, non abbiano garanzie giuridiche o siano escluse dalla pensione di reversibilità.
A far riflettere, però, è anche il mondo che il settimanale ciellino vorrebbe imporre come modello di vita, attraverso una società basata su stereotipi di genere in cui l'uomo sia il capofamiglia e la donna quella che deve provvedere a lavargli le mutande sporche. Lo spiega un articolo a firma di Rodolfo Casadei, nel quale si può leggere:

L’Europa considera “stereotipi di genere” da sovvertire cose come il fatto che le donne dedichino più tempo degli uomini ai lavori domestici e alla cura dei pargoli, che ci siano tante donne nei “lavori di cura” (sanità e insegnamento) e troppo poche fra gli ingegneri e nei consigli di amministrazione delle multinazionali, che nelle fiabe siano i cavalieri a salvare le principesse e non viceversa, che i film abbiano più attori protagonisti uomini che donne.
Del fatto che gli uomini e le donne siano diversi non solo anatomicamente, ma anche neurologicamente, psicologicamente e psichicamente; che le differenze dei ruoli di genere nelle società europee siano parte del patrimonio culturale dei vari popoli e frutto della loro esperienza storica; che su di esse si possa intervenire, ma con la prudenza e col rispetto dovuto alle eredità culturali che arrivano da lontano, ai politici (europarlamentari) e ai burocrati di Bruxelles non importa assolutamente nulla: per loro tutto ciò che non coincide con l'eguaglianza quantitativa di potere e di disponibilità economica fra i due sessi e tutto ciò che potrebbe alludere a un’inferiorità di un sesso rispetto all'altro sotto un certo aspetto, va spazzato via. Perché è residuo di epoche oscurantiste ed espressione dell’oppressione della donna da parte dell’uomo. I vertici della Commissione e del Parlamento europei sognano un continente dove le camioniste sono tante quanti i camionisti e i maestri d’asilo tanti quante le maestre; dove i giorni di congedo familiare sono esattamente identici sia per la mamma che ha partorito e allatta sia per il papà che non potrà mai allattare col suo seno; dove a sistemare la casa dei Banks non è Mary Poppins, ma un giovanotto piovuto dal cielo con un parapendio.

In altre parole, la tradizione che vede una società maschilista sarebbe un valore da preservare e da insegnare alle nuove generazioni. Ma non solo, Casadei aggiunge poi che:

L’impostazione ideologica e la vocazione all’ingegneria sociale dei programmi di gender equality è trasparente nella sintesi degli interventi che Virginjia Langbakk, la svedese direttrice dell’Eige, ha pronunciato a Roma durante un seminario tenuto l’anno scorso: «Le donne sportive sono presenti nei programmi televisivi solo dal 2 al 9 per cento del tempo dedicato agli sport, anche se le donne spesso hanno risultati di grande rilevanza in termini non solo di capacità e abilità, ma anche di spettacolarità. Solo il 10 per cento dei politici sono donne in tv e le donne sono ancora fortemente sottorappresentate sia come esperte (16 per cento) sia come conduttrici (14 per cento). Negli studi scientifici c’è un’equa presenza negli ambiti delle scienze biologiche, ma un forte dislivello nella scelta delle facoltà tecnologiche. La presenza femminile è sottorappresentata ai vertici delle università e nei CdA di università e centri di ricerca (22 per cento)».

Si passa così a lamentare come dal 1957 i trattati europei sin «promuovono il principio dell’uguale retribuzione per uguale lavoro» ma che oggi si voglia intervenire anche sul dato di fatto che vede un divario del 17,8 nei salari a causa dalla segregazione del mercato del lavoro, dato che donne e uomini tendono a trovare impiego in settori diversi. «Donne e uomini sono spesso sovrarappresentati in certi settori e i lavori “femminili” (assistenza sanitaria, istruzione e amministrazione pubblica) in genere vengono valutati meno delle professioni tipicamente maschili». Ed è così che l'articolo sentenzia:

Occorre dunque spazzare via la balzana visione del mondo secondo cui un uomo ha maggiore vocazione di una donna a fare il capocantiere di un oleodotto in costruzione e una donna maggiore vocazione di un uomo a dirigere le maestre di un asilo nido, con l’inevitabile diseguaglianza di stipendi che ne deriva, e per fare questo occorre intervenire fin dalle scuole elementari e medie. Come? Lo spiega per esempio Angelika Paseka, docente dell’università di Amburgo specializzata in pedagogia scolastica, in Visions for Gender Equality, un report commissionato e pagato dalla Commissione europea: «I preconcetti relativi al genere sono profondamente radicati, e fanno apparire inevitabile la resistenza alle questioni di genere e al gender mainstreaming. Cambiare questi atteggiamenti e valori così interiorizzati richiede più della semplice informazione. L’apprendimento deve essere visto “come un processo di costruzione, ricostruzione e decostruzione della realtà” (Reich 2005). Ciò richiede una crisi, e creare una crisi significa dare luogo a situazioni nelle quali le abitudini, gli schemi e le attitudini tradizionali che diamo per scontati non funzionano più. Avendo in mente questo, gli insegnanti dovrebbero provocare crisi per iniziare processi di apprendimento nelle loro classi. Come? Anzitutto devono essere provocati a porre domande, vere domande». Cioè, il vostro figliolino va a scuola in prima elementare e la maestra lo incalza così: «Giovannino, sei contento che tuo papà fa il vigile del fuoco e tua mamma cuce le camicie? Saresti contento se la mamma facesse il pompiere e il papà cucisse i vestiti? Ti piacerebbe cucire le camicie da grande? Ti piacerebbe scambiare i pantaloncini che la mamma ti ha cucito con la gonnellina della tua sorellina?».

Tralasciando la banalità delle frasi in cui si sostiene che l'abbattimento del maschilismo produrrebbe uomini effeminati che vogliono indossare le gonne delle sorelle, è difficile non ritenere che il modello proposto da Tempi sia un modello talebano in cui la tradizione debba essere imposta con la forza senza alcuna domanda sulla legittimità delle discriminazioni. Il tutto per concludere:

Sono cose che accadono in Europa e che presto capiteranno anche in Italia. In Austria sono stati organizzati “gender safari” in cui «agli studenti è chiesto di andare in un centro commerciale e guardare le cose da una nuova prospettiva: identificare prodotti maschili e femminili. Questo significa che dovranno discutere che cosa intendono col termine “tipico del genere maschile/femminile” e ricostruire le loro teorie su ciò. Poi dovranno riflettere su possibili cambiamenti: come si fa a rendere un prodotto “gender-neutral”? Allora avrà luogo la decostruzione: vedranno i prodotti con nuovi occhi, e capiranno come sono diventati “tipicamente maschili/femminili”, trasformati in modo che risultassero attraenti per un solo genere. Potrebbero anche discutere come loro stessi hanno contribuito a questi processi, acquistando prodotti del loro genere che trovavano attraenti, e ciò li renderebbe consapevoli che anche loro sono responsabili del modo in cui sono fatti molti di quei prodotti». Ma andassero a studiare un po’ di letteratura. Come esordiva quella poesia? «Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia». Ah no, questa è sessista e non è gender-neutral. Eliminarla dal programma.

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