La Lombardia che dice di voler tutelare le identità, ma poi le cancella con le ruspe



«Era il 1973 quando Piero Fratto, zio degli attuali responsabili della Nuova Idea di via De Castillia, aprì a Baggio un localino per far ballare gli omosessuali. Chi andava a pensare che l'idea del signor Piero era quella giusta? In poco tempo la Nuova Idea di allora si spostò in uno spazio più grande, in via Forze Armate, ma la clientela cresceva e dovette trasferirsi nella balera Kursaal. Così adesso la Nuova Idea è una delle più grandi discoteche gay (può ospitare anche duemila persone) identica a se stessa da vent'anni a questa parte». È così che l'11 dicembre 1996 il Corriere della Sera raccontava la nascita dei primi locali gay di Milano e la storia del loro precursore.

Negli anni '70 ed '80 gestire un locale gay non era facile, ma il proprietario della Nuova Idea andò avanti per la sua strada con grande personalità e coraggio, offrendo un luogo di ritrovo a persone che generalmente erano tenuti ai margini dalla società del tempo.
Si formò una vera comunità e, nel bene e nel male, in quel luogo si fece la storia. Ad esempio quando sentiamo Luca di Tolve che sostiene di essere stato il primo Mister gay d'Italia, non è certo al concorso nazionale che si riferisce: è lì dentro che gli venne assegnato quel titolo goliardico nel corso di una serata a cui venne invitato a partecipare dato che non c'erano molti candidati. Ebbene sì, quella stessa comunità che lui oggi cerca di danneggiare, fu in prima fila nel coinvolgerlo per non lasciarlo isolato in un angolo.
Ed è proprio l'aggregazione che dava un alone speciale a quei locali, ospitando una sala di liscio si affiancava ad una sala commerciale. Gay e trans stavano spalla a spalla con gli anziani del quartiere Isola che frequentavano quelle sale per balere sulle note dell'orchestra che suonava dal vivo. Non era rado vedere delle nonnine che si destreggiavano in pista in compagnia di una transessuale, abbattendo realmente quelle barriere di pregiudizio che una certa politica cerca di ricreare.

La fine giunse alle ore 19 del 7 ottobre 2009, quando i proprietari dovettero consegnare le chiavi della struttura agli ufficiali giudiziari dopo l'esproprio disposto in vista dell'apertura del nuovo palazzo della regione. Ciò che lì sopravvisse per ben 32 anni venne spazzato via dalle ruspe, ufficialmente per far spazio ad una nuova strada indispensabile al riassetto urbano.
Inutili furono i ricorsi dei proprietari, così come inutile fu l'opposizione del consiglio di Zona 9. Le ruspe vennero inviate a demolire lo stabile ancor prima che i tribunali potessero pronunciarsi sul caso. Secondo il sindaco Moratti e l'assessore allo sviluppo del territorio Masseroli, nella loro Milano non c'era più spazio per Cascina Romagnina, il cascinale della fine del Settecento che ospitò i Visconti Borromeo e che ora ospitava anche il capannone di una discoteca gay. E con il cascinale sparì anche una parte della storia di Milano.

A sette anni di distanza dall'urgente intervento delle ruspe, di quella "importantissima" strada non v'è traccia. Il terreno è stato abbandonato per anni e solo ora si è deciso di costruirci sopra degli orti.
Un fatto che parrebbe legittimare i sospetti di chi già all'epoca ipotizzò che l'esproprio e l'abbattimento della struttura non fosse altro che un pretesto per scacciare i gay e i transessuali dalla zona.
Basta infatti guardare la mappa stradale per osservare come Via De Castillia n. 30 sia a soli 290 materi dall'ingresso del nuovo palazzo del potere e a soli 50 metri dalle sue mura. Le immagini mostrano chiaramente anche come quello risulti l'unico palazzo ad essere espropriato ed abbattuto. Inutilmente abbattuto, verrebbe da dire.
Un'ulteriore prova ci giunge dalle immagini scattate da Google Street View nel 2008, 2014 e 2015: evidente è lo stato di abbandono delle macerie perdurato per anni, senza alcuna evidente necessità di cancellare quella realtà. E questo senza notare come quegli orti, lì ripreso ai massimo del loro splendore, oggi appaiano circondati da rampicanti rinsecchiti in uno stato di medio abbandono.

Quando il 3 ottobre 2009 si sparse la voce che quella sarebbe potuta essere l'ultima serata ospitata dal locale, numerose trans non riuscirono a trattenere le lacrime. Se è pur vero che a Milano ormai esistono altri locali gay, altrettanto non si può dire di un luogo in cui le trans potessero sentirsi a casa. E neppure la riapertura della discoteca in una nuova sede (irraggiungibile da chi non ha una automobile) cambiò i fatti: quel clima e quella comunità erano ormai stati distrutti, probabilmente solo perché ad alcuni politici davano fastidio quei vicini di casa.
Oggettivamente dalle foto potrà dare l'idea di un capannone fatiscente (e questo senza che abbiate cisto le improponibili palme all'ingresso, i divanetti della zia o i tendaggi rossi in velluto pesante), eppure ci sarà una ragione se chiunque l'abbia frequentata vi dirà che quel luogo aveva un fascino unico, inimitabile. Si sarebbe dunque potuto dibattere sulla necessità di dare una rinfrescata ai colori muri o di aggiustare qualche vetro rotto... ma quella era una casa per molte persone che quotidianamente vengono emarginate e che, in quell'occasione, sono state nuovamente cacciate perché la politica non ha piacere che possano esistere o che possano divertirsi sotto le loro finestre.

Ora Salvini va in giro a distribuire presepi, sostenendo di voler "salvaguardare" le tradizioni e le radici di quello che lui dice debba essere un popolo necessariamente cristiano. Maroni organizza convegni omofobi sostenendo di voler "salvaguardare" le tradizioni e le radici di quella che lui dice debba essere una famiglia necessariamente eterosessuale... Ma se le radici da salvaguardare non sono le loro, pare proprio che si preferiscano le ruspe e l'annientamento. Il tutto in una Lombardia che ogni giorno appare sempre più violenta e discriminatoria verso quelle minoranze che hanno contribuito a renderla un motore economico. E pensare che un tempo quelle terre erano il simbolo di una terra progressista e multiculturale, oggi assomigliano più ad una sorta di borgo medioevale (dove persino le associazioni internazionali continuano a ravvisare possibili violazioni dei diritti umani). E tutto questo mentre l'assessore che dovrebbe occuparsi delle identità, di fatto attacca le identità a lei meno gradite.

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