Matteo Renzi: «Nel 2016 la legge sulle unioni civili»



«La legge sulle unioni civili ci vuole e nel 2016 va fatta, non mi tiro indietro. La discussione dovrà essere rapida e deve avere dei tempi di realizzazione più veloci possibili. Metterò la stessa energia che ho messo sulle riforme costituzionali sulle riforma dei diritti, non sole le unioni civili ma anche lo Jus soli e il terzo settore e l'associazionismo, queste non sono cose di sinistra ma di buon senso». È quanto dichiarato da Mattero Reni in vista di quella che si spera possa essere l'approdo in aula delle discussioni civili.

A placare l'entusiasmo, però, è come quella sia una promessa già fatta e mai realizzata. Nel 2012 promise le unioni civili entro centro giorni dalla sua elezione. Nel giugno del 2014 disse che sarebbero giunte entro settembre; a settembre entro i primi mille giorni di governo; a fine settembre si parlò di una discussione programmata dopo le riforme costituzionali; ad ottobre 2014 la data venne postata a gennaio dell'anno successivo; a maggio 2015 la votazione venne promessa tra luglio e settembre; a luglio si parlò di un'approvazione entro il 15 ottobre; ad agosto venne detto che si sarebbe dibattuto il tema a partire dal 2 settembre... insomma, tutte promesse mancate che ormai rendono impossibile potergli credere.

Inoltre bisognerà vedere come la legge arriverà in aula. Nel tempo il disegno di legge è peggiorato progressivamente: si sono dapprima escluse le coppie eterosessuali dalla sua applicazione, poi si è provveduto ad eliminare le garanzie costituzionali e l'equiparazione al matrimonio. Si è scelto anche di non legarle all'articolo 29 della Costituzione, di fatto istituzionalizzando una discriminazione che vedrebbe le coppie gay rilegata in una unione meno importante e meno garantita di quella delle coppie etero. Per legge le due famiglie di Adinolfi varrebbero più di una famiglia gay.
C'è chi dice che l'importante sia portarsi a casa qualcosa dato che sarà poi la magistratura ad eliminare i distinguo di stampo fascista introdotti dalle destre, eppure fa male al cuore il dover pensare che ci vorrà ancora tempo per veder riconosciuti i propri diritti costituzionali solo perché la politica non ha il coraggio di pensare al bene della società anziché agli interessi delle lobby legate al Vaticano.

Dal canto suo l'integralismo cattolico è già all'opera per cercare di privare i gay di quanti più diritti possibili. Se Mario Adinolfi si è lanciato nei suoi soliti deliri contro la stepchild adoption, citando i soliti esempi decontestualizzati provenienti da altri Paesi o  interpretando ciò che lui sostiene pensino i vari senatori, più preoccupante è come i vescovi abbiano deciso di sposare la linea di Sacconi. È infatti dalle pagine di Avvenire che si lanciano nel sostenere che sia meglio accantonare i diritti dei gay perché sostengono che grazie alla loro opposizione si potrebbe aprire un «aspro conflitto sociale».
Quello su cui si cerca di far leva è lo stralcio della stepchild adoption, in modo tale che i figli delle famiglie omogenitoriali possano continuare a non godere dei medesimi diritti dei loro coetanei dato che i loro geniotri non piaccio né ai vescovi, né agli amici di Adinolfi.
Il tutto peraltro senza neppure avere un appiglio con la realtà dei fatti. Anche se l'integralismo cattolico è molto attento a modificare la realtà dei fatti e a raccontare bugie che possano condurre ad attriti e violenze, è bene ricordare che quella legge si limiterà solo a regolare le famiglie già esistenti e non a nuovi diritti: preti e vescovi potranno così dormire sonno tranquilli sapendo che migliaia di bambini resteranno abbandonati in orfanotrofi o nelle strade senza che possano ricevere l'affetto da famiglie a loro poco gradite.

Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, ha così commentato l'annuncio di Renzi: «Abbiamo ascoltato con attenzione gli impegni presi da Matteo Renzi in tema di riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso e apprezziamo la determinazione con cui il premier ha definito il traguardo dell’approvazione della legge sulle unioni civili nei primi mesi dell’anno, oltre allo sblocco della legge contro l’omotransfobia. Tuttavia non possiamo lasciare questo traguardo avvolto nell’indeterminatezza dei tempi e del merito delle questioni, perché da sempre quell’ambiguità è stata la sua peggior nemica. Pochi giorni fa, quando la Grecia ha esteso l’istituto delle unioni civili alle coppie di gay e lesbiche, il primo ministro Alexis Tsipras non ha potuto fare a meno di sottolineare il ritardo con cui giungeva quella riforma, ritardo che ha chiamato “stagione di vergogna” e che ha avuto un contraccolpo concreto nella vita delle persone. Occorre perciò interrompere anche in Italia un’attesa che crea una diseguaglianza reale nella vita di tanti cittadini e cittadine. Dobbiamo fare presto, dice il premier, è un fatto di giustizia, di equità e di dignità. E su questo non possiamo che essere d’accordo. Ma oltre a questo, anzi: proprio per questo, è necessario definire con chiarezza l’obiettivo che si intende centrare: la proposta di legge in discussione al Senato non riesce a puntare all’uguaglianza piena ma all’interno del dibattito parlamentare ha già trovato un equilibrio su alcuni punti di uguaglianza sostanziale, fra cui la stepchild adoption. L’obiettivo è raggiunto in quei punti e nell'equilibrio che tutti assieme rappresentano nel testo di legge, non al di sotto. Il dibattito fa sempre bene, nessuno vuole imbrigliarlo: ma al dibattito bisogna arrivare con le idee chiare e con un meta fissata. Perché come esistono, dentro e fuori dal Partito Democratico, parlamentari che vorrebbero ridimensionare quella legge, esistono anche eletti e elette, oltre a tutto l’associazionismo lgbt compatto e a gran parte del paese, che vorrebbero l’estensione del matrimonio egualitario, che resta un obiettivo ma che soprattutto deve avere un peso e una considerazione nell’attuale dibattito sulle unioni civili. L’auspicio, allora, è che si faccia presto e si faccia bene: quella legge parla di persone che chiedono di essere uguali alle altre, non semplicemente un po’ meno diseguali di prima».
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