ProVita attacca la Corte d’Appello di Milano, sostenendo che l'idologia abbia prevalso sulla democrazia



Quando il giudice Deodato emise una clamorosa sentenza contraria alla trascrizione dei matrimoni contratti all'estero (ribaltando le sentenze emesse da ben tre Tar), l'associazione ProVita si preoccupò di insultare chiunque osasse criticare la sentenza. Riempì le sue pagine di simboli nazisti, sostenendo che «chiunque dica la verità sul matrimonio gay, ovvero che non è un matrimonio, viene inesorabilmente colpito dalla Gaystapo».

Ora che la Corte d'Appello ha emesso una sentenza contraria alla loro ideologia, pare che le cose siano cambiate. Dinnanzi ad una sentenza che ha riconosciuto la piena adozione alle due madri di una bambina nata in Spagna, l'associazione ha mostrato tutta la sua rabbia verso dei giudici che non hanno scelto di rendere orfana la piccola per compiacere la loro crociata ideologica contro i diritti umani.
In un articolo firmato dalla solita Francesca Romana Poleggi (co-fondatrice dell'associazione insieme a Brandi) si lamenta come «una lesbica italiana» abbia potuto ottenere la piena adozione «della figlia della compagna, con cui si era sposata e poi divorziata in Spagna». La premessa è dunque che la figlia non sia sua, ma sia solo della compagna, nonostante la donna abbia amato e cresciuto sua figlia per anni. Viene anche evidenziato in grassetto il fatto che le due donne abbiano divorziato..

Si passa così a sostenere che le ragioni della Corte siano errate e si afferma che i gay traumatizzano e danneggiano i loro figli. La Poleggi scrive:

Quanto all’ “interesse del minore” che è stato tirato in ballo dalla Corte, rimandiamo alle numerose testimonianze delle persone adulte, cresciute con coppie omosessuali, che si battono affinché ai bambini venga risparmiata l’esperienza traumatica che loro hanno vissuto.

L'articolo provvede poi a riscrivere una nuova definizione di che cosa sia un'adozione, sostenendo che è la natura a non volere che un figlio possa crescere con due mamme o due papà. Esatto. Quella stessa natura in cui numerose coppie di pinguini gay (e anche di altre specie) crescono la loro prole con lo stesso affetto dell coppie eterosessuali. Un motivo per cui l'affermazione parrebbe errata già nelle premesse, dato che solo nella razza umana ci sono personaggi che preferiscono vedere i bambini abbandonati negli orfanotrofi piuttosto che saperli accuditi da coppie gay. ma l'articolo pone quelle premesse come un dato indiscutibile, scrivendo:

Forse dovremmo ricordare che “l’adozione imita la natura” secondo la cultura giuridica plurimillenaria (che –evidentemente– non conta più niente). E la natura vuole che i bambini siano cresciuti da una mamma e un papà, uniti in un rapporto stabile (le due sono addirittura divorziate: è davvero l’interesse del minore essere adottato da due persone divorziate? Fossero un uomo e una donna, quale giudice darebbe in adozione un bambino a due divorziati, nel “superiore interesse del minore”?).

Interessante è anche come si sostenga che un bambino non possa essere adattato dai genitori se divorziati, forse fingendo di non capire che senza quell'atto la bambina non avrebbe più avuto legami con quella che sino al giorno prima era sua madre. Di fatto, lo stato l'avrebbe resa orfana, privandola dei diritti che tutti i bambini di genitori divorziati eterosessuali hanno.
Si passa così al citare il solito caso decontestualizzato, utilizzata per giudicare tutta la comunità gay sulla base dii una singola persona. Un atteggiamento, che se fosse utilizzato nei confronti della Poleggi, ci permetterebbe tranquillamente di sostenere che ci sia il rischio che lei possa uccidere i suoi figli dato che si dice eterosessuale come la Franzoni. È un ragionamento assurdo, vero, ma è proprio quello che lei utilizza all'interno di quell'articolo.
Inoltre il riferimento scelto è quello di Dawn Stefanowicz, l'integralista cattolica statunitense che sta dedicando la sua vita a denigrare il padre gay. Peccato che quel caso non assomigli neppure lontanamente a quello citato dall'articolo, dato che la Stefanowicz nacque da un padre gay e da una madre (anche lei fortemente odiata dalla figlia) prima di vivere con un padre tornato single dopo il divorzio. Insomma, la situazione criticata dalla donna statunitense è proprio quella che l'associazione ProVita avrebbe auspicato per la figlia che avrebbero voluto strappare ad una delle sue madri.

Incurante di come il suo stesso articolo pare darle torto riguardo alle tesi sostenute, la Poleggi conclude con l'asserire:

E forse dovremmo ripassare un po' di teoria generale delle forme di Stato: chiederci perché si considera che una delle più grandi conquiste dello Stato di diritto, premessa necessaria e imprescindibile per la democrazia, sia la separazione dei poteri. Chissà perché si insegna che i giudici sono soggetti alla legge e che il potere legislativo appartiene al Parlamento (cioè ai rappresentanti del popolo).
Ma i giudici della Corte d’Appello di Milano –evidentemente– hanno imparato un'altra lezione, alla scuola dell'ideologia.

Sarà, ma il concetto per cui la legge dovrebbe basarsi sul pregiudizio e quello per cui diritti dovrebbero valere solo se disposti dal potente di turno non appaiono esattamente la massima espressione della democrazia.
Ancor più se si considera come solo poche ore prima l'associazione pubblicò un articolo in cui di prendeva in giro una transessuale, asserendo che «in questa Redazione c’è chi già chi si dichiara “trans-classe” o “trans-economico”: qualcuno si sente l'anima di un principe miliardario, chiuso nel corpo di un impiegato medio. Farà alla ASL domanda per una Rolls Royce con autista, e una villa adeguata, arredata come si conviene, con parco, piscina, campo da tennis e servitù. Ci vorrebbe anche uno stuolo di sudditi obbedienti, ma su questo si può soprassedere, per il momento». Esatto, in quella redazione pare ci sia chi vuole dei «sudditi obbedienti».
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