Secondo Adinolfi, nelle scuole bisognerebbe insegnare che l'omosessualità è un potenziale disagio



Ancora una volta è La Croce di Mario Adinolfi ad affermare pomposamente che il «gender» e si insinua nella scuola italiana.
Con toni drammatici, si racconta con disgusto come a Bologna possa accadere che all'interno di una scuola ci siano corsi di prevenzione dall'Aids tenuti dall'AUSL. E questo senza nemmeno che i genitori possano esonerare i figli se ritengono che non debbano essere informati sulle malattie sessualmente trasmissibili! L'articolo prova a fare facile sensazionalimo nel citare l'esempio di un genitore che nel febbraio del 2015 chiese l'esonero del figlio dai corsi di educazione sessuale, trovandosi a veder rifiutata la sua richiesta perché la scuola «non può assecondare tutte le richieste dei genitori».
E se viene difficile avere da ridire su quel doveroso rifiuto, i gruppi che affiancano la crociata omofoba di Adinolfi si dicono scioccati per l'accaduto. Il tutto in quell'ottica in cui i genitori divengono i proprietari dei figli ed è solo a loro che spetta decidere se debbano essere messi al corrente di informazioni vitali per la loro salute. Se un genitore decide che il figlio non debba sapere che cosa siano i preservativi, allora quel minore deve essere esposto al pericolo di contagio perché così ha deciso il suo proprietario.

Ovviamente la lista delle critiche rivolte al progetto non si ferma lì, perché la richiesta è che i ragazzi siano fatti crescere anche nell'omofobia più bieca. L'articolo afferma:

Le sorprese non si fanno attendere. Cominciando da alcuni passi tratti dal libricino “Le 5 lezioni” dove a pag. 44 si legge: «Spesso si sente dire che l’omosessualità non è normale o che è una malattia. Queste opinioni possono dipendere dal fatto che non si conosce bene l’argomento e se ne è spaventati. I pregiudizi di questo genere possono portare a episodi di aggressività e violenza verso le persone omosessuali. OMOFOBIA: termine con cui si intendono pensieri, sentimenti e comportamenti negativi rispetto all'omosessualità e alle persone omosessuali».
Dunque se dei ragazzini –parliamo di 12/14 anni– nutrissero anche solo il sospetto che tutte le evidenze di cui sopra non siano poi così evidenti, che l’equiparazione e l’omologazione di qualunque comportamento e orientamento non corrisponda in assoluto alla realtà profonda della persona, si esporrebbero al rischio di essere giudicati omofobi, e dunque potenzialmente pericolosi, proprio dal gruppo dei coetanei così determinante in adolescenza. Ogni pensiero critico viene inibito. Tutti i complessi aspetti del potenziale disagio delle persone con tendenze omosessuali vengono ridotti al solo problema della cosiddetta omofobia interiorizzata. Viene fatto intendere anche che l’omofobia, espressione di ignoranza, potrebbe facilmente degenerare in aggressività e violenza e chiede perciò efficaci mezzi di contrasto.

Fermo restando che non c'è alcun «disagio» nell'omosessualità e che gli orientamenti sessuali non sono certo «tendenze», c'è da rabbrividire dinnanzi a chi sostiene che possa esserci dissenso verso un fatto in sé. sarebbe come dire che si può dissentire da chi ha gli occhi azzurri o di chi è mancino!
Eppure il giornale di Adinolfi non si ferma lì e lancia ancora una volta l'idea che non sia del tutto certo che l'omosessualità non sia una malattia. Secondo quelle pagine, «l'equiparazione tra omosessualità ed eterosessualità è data a priori, come un dato oggettivo che va da sé, ignorando il complesso dibattito scientifico al riguardo, ma se ce ne fosse bisogno gli esperti delle associazioni Lgbt sono a disposizione per confermarlo».

Rivendicato il diritto di poter dire ai propri figli che i gay sono dei malati e che non c'è nulla di male nel discriminarli, si passa a sostenere che le associazioni lgbt non debbano poter entrare nelle scuole. Peccato che, per stessa ammissione dell'articolo, nessuno abbia mai parlato di lezioni tenute da associazioni lgbt ma si sia sempre parlato di corsi gestiti dal personale dell'AUSL.
Si conferma così lo stile scorretto di una propaganda che attacca qualsiasi cosa attraverso l'invenzione di elementi falsi che vengono spacciati per verità, il tutto con l'unico dine di far leva sui sentimenti di pancia. È un po' come quando Adinolfi parla di uteri in affitto a fronte di unioni che verrebbo sancite da una legge che manco cita la maternità surrogata. Si vuol creare paura e quindi si inventano gli elementi che servono per poter spaventare i bigotti.

Ormai sull'onda della critica libera, l'articolo ha da ridire anche sulla definizione stessa di orientamento sessuale. Si afferma infatti che:

Ancora avanti, a pag. 36, viene detto che «non c’è un modo giusto di essere maschi o femmine […]. Esistono piuttosto modi di essere per esprimere te stesso/a, conoscere gli altri e trovare il tuo modo di stare con loro, prendendo consapevolezza delle influenze del contesto in cui vivi e dei tuoi desideri. […] Non c’è un modo giusto per vivere queste emozioni (l’innamoramento), l’adolescenza è un periodo di cambiamenti in cui si fanno nuove esperienze che nel tempo potranno modificarsi» (pag. 42).«“Orientamento sessuale” è un termine usato per indicare i diversi tipi di attrazione sessuale ed affettiva verso persone di sesso opposto (eterosessualità), dello stesso sesso (omosessualità) o di entrambi i sessi (bisessualità)…» (pag. 43).

Come da quel passo si possa giungere a sostenere qualcos'altro non è chiaro, eppure l'articolo va avanti nel sentenziare:

Non solo i modi di essere maschio o femmina sono costruzioni culturali che se assunti acriticamente diventano gabbie che impediscono di esprimersi liberamente, ma anche l’orientamento sessuale prescinde in assoluto dal sesso, che a sua volta prescinde dall'identità sessuale, libera di esprimersi nei modi che il soggetto giudica essere importanti per sé. Quali sono –ci si chiede- i fondamenti scientifici che confermerebbero l’opportunità di tali interventi educativi nella delicata fase dello sviluppo affettivo e sessuale di ragazzini di 13 anni?
Anche in tema di famiglia e di relazioni la linea teorica del progetto è chiara: «Ho sempre pensato che per crescere bene in una famiglia ci dovessero essere un padre e una madre. Invece ho amici con genitori separati, single o addirittura omosessuali! Ho capito che quello che conta davvero è volersi bene» (pagg. 31.43).
«Non in tutti i paesi si può esprimere o vivere apertamente l’omosessualità. In Italia non è possibile né il matrimonio né l’adozione per le coppie omosessuali» (pag. 95).
«Si può fare sesso la prima volta con un amico o un’amica? [...]» «Ognuno dovrebbe capire quali sono le cose importanti per sé, imparare a riconoscerle e a farle rispettare».
Lo Spazio Giovani con il sito web a cui scrivere o le pagine per chattare sono pubblicizzati come spazi a disposizione per aiutare a capire «quali cose sono importanti per sé circa “l’atteggiamento giusto” da avere nei confronti delle prime esperienze sessuali che, come stabilisce la legge italiana, possono essere liberamente scelte a partire dai 14 anni» (pag. 94). L’orientamento giusto dunque sarebbe la “libertà” da qualsiasi sistema valoriale di riferimento, da qualsiasi condizionamento soprattutto famigliare, ad esclusione del “come mi sento”.

Immancabile è la denuncia di chi parla di sesso senza dire che bisogna attendere dopo il matrimonio o che la masturbazione non piace a Dio. Ed ovviamente c'è anche una frenetica condanna della pornografia, quasi come se un ragazzo che dovesse accedervi (praticamente la quasi totalità della popolazione) debba sentire sensi di colpa:

Si trova davanti una sessualità senza relazione, senza umanità, senza bellezza. Nelle pagine che seguono lo aspettano altri temi: masturbazione, pornografia, aborto. Le forme di un indottrinamento che potrebbero portare a comportamenti estremamente rischiosi e che si chiede quanti desidererebbero come genitori per i propri figli o come educatori per i propri alunni.

A questo punto l'articolo si lancia nel sostenere che il «gender» sia una realtà oggettiva e che sia tutat colpa delle femministe. E per rafforzare il tono della discussione, si affidano alle le tesi di Chiara Azori, ossia dela massima autorità italiana nella propaganda delle terapie riparative dell'omosessualità inventate da Joseph Nicolosi (il fondatore del National Association for Research & Therapy of Homosexuality). Ed è così ch si cerca di gettare fumo negli occhi nell'asserire:

Da mesi c’è chi sostiene che la cosiddetta “ideologia gender” sarebbe un’invenzione di gruppi cattolici reazionari di fronte ai naturali cambiamenti sociali, che comporterebbe anzi il rischio di fomentare le discriminazioni. Non si potrebbe parlare di una teoria o ideologia gender anche perché i gender studies sono variegatissimi al loro interno e trasversali a diverse discipline e avrebbero in generale come finalità la decostruzione dei condizionamenti socioculturali che incidono sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne.
Per fare un po’ di chiarezza occorre partire dai termini. Nei diversi sviluppi dei cosiddetti studi di “genere” questo concetto assume diversi significati. Se inizialmente il femminismo ha combattuto per l’uguaglianza delle donna rispetto all’uomo, in un secondo momento ha esaltato la differenza delle donne. Il fatto che la differenza sessuale tra uomo e donna sia intesa come “naturale” è la causa principale della fissazione di ruoli sociali (il ruolo privato, materno-accuditivo-domestico per le donne) che hanno portato alla subordinazione e alle discriminazioni delle donne. Il genere si presenta come una categoria di indagine scientifica sui modi in cui cultura e società modellano questa differenza. La differenza sessuale tra uomo e donna non va intesa in senso naturale, perché in tal modo costituirebbe la base della subordinazione femminile.
Il post-femminismo ha fatto un passo ulteriore, teorizzando il definitivo superamento della subordinazione femminile utilizzando il “genere” per indicare la in-differenza, o annullamento della differenza sessuale: esso è una costruzione sociale (non un dato naturale), prodotto della socializzazione, scindibile dal “sex” che si può pertanto de-costruire e ri-costruire. Accanto al femminismo di genere si è parallelamente diffusa la tematizzazione del gender nei movimenti LGBT. La differenza non è irrilevante solo nel determinare l’identità di genere ma lo diventa anche nella relazione, nella scelta del partner nelle unioni coniugali e paraconiugali, nella costituzione della famiglia, con la conseguente normalizzazione dell’omosessualità e l’equiparazione delle unioni etero e omosessuali. È la teoria che si oppone all’eterocentrismo, ritenendolo un “eterosessismo”, una vera e propria forma di discriminazione che privilegerebbe indebitamente la famiglia formata da un uomo e da una donna. Le gender theories «intendono dimostrare come l’identità di genere (costruita dalla percezione psicologica e dalla socializzazione) abbia e debba avere una priorità rispetto all’identità sessuale, seguendo la logica della priorità della cultura sulla natura» (L. Palazzani, Identità di genere?, Milano 2008). Per ideologia gender nel dibattito in corso si è inteso quindi in particolare denunciare il diffondersi, anche nell’educazione, del pensiero del movimento Queer che rappresenta l’ala estrema delle gender theories. “Queer (strano, “svitato”) indica l’orientamento verso la “fluidità del genere” un vero e proprio “indifferentismo sessuale”. Queer è «colui che si oppone per scelta allo straight dell’eterosessualità e dei generi, più in generale alla normatività» (C. Atzori, Il binario Indifferente Milano 2010).

Ma dato che al peggio non c'è mai fine, quelle stesse persone che hanno inventato la fantomatica «ideologia gender» ora hanno pure il coraggio di sostenere che «sia ridicolo» metterne in dubbio l'esistenza. Il tutto dimenticando come in realtà nessuno la mette in dubbio, dato tutti sanno perfettamente che non esiste.
Eppure il giornale di Adinofli afferma che:

Le segnalazioni degli ultimi mesi ci mostrano che dalla decostruzione dei cosiddetti “ruoli di genere” di impronta più marcatamente femminista (la donna-oggetto o il bambino macho) si scivola sempre più e sempre più spesso al mettere in discussione la stessa identità sessuale di bambini e bambine e indicare come stereotipi da combattere anche l’eterosessualità e la famiglia naturale. Crediamo che la polemica sull’esistenza o meno di una “teoria del genere” oltre a sforare nel ridicolo, sia indotta solo ed esclusivamente per evitare una discussione seria sui contenuti, la sola che ci aspetterebbe alla base delle scelte dei docenti a cui affidiamo la formazione dei nostri figli; la sola che possa nutrire il rapporto di fiducia che dovrebbe intercorrere tra la famiglia e la scuola.

Dinnanzi a tali rivendicazioni viene da chiedersi quale spazio venga lasciato a quella maggioranza di genitori non ideologizzati che hanno piacere nel sapere che i figli possano crescere senza pregiudizi, magari supportati da esperti dinnanzi ai dubbi sul sesso e sulla sessualità che difficilmente rivolgeranno in famiglia. Perché il chiedere che certi temi non vengano toccati non è solo una violenza verso i ragazzi, ma anche verso tutte le famiglie per bene che vogliono garantire una crescita sana ai propri figli.
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