Sei gay tunisini condannati a tre anni di carcere (e in Italia c'è chi invidia quell'integralismo)



Tunisia. Sei persone sono state condannate a tre anni di carcere perché accusati di aver avuto rapporti sessuali con persone del proprio sesso. La sentenza di condanna è stata emessa dal tribunale i Kairouan, nella Tunisia centrale.
Gli imputati sono anche stati sottoposti a umilianti «esami anali» con cui gli inquirenti sostenevano di poter determinare gli avvenuti rapporti sessuali «anche pregressi».
Uno degli imputati è stato condannato ad ulteriori sei mesi di carcere per «atti osceni», dato che la polizia lo ha trovato in possesso di un film a luci rosse contenente scene di sesso fra persone dello tesso sesso. Il giudice ha inoltre imposto la messa al bando anni dalla città delle sei persone, inibite a tornate nelle loro case per cinque anni una volta terminati i tre anni di pena detentiva.
Nonostante la norma venga spesso indicata come incostituzionale, in Tunisia è ancora in vigore l'articolo 230 del codice penale nel quale si afferma che «l'atto omosessuale maschile (liwat) e femminile (mousahaqa) è punito con la reclusione fino a tre anni».

Ma se l'integralismo di certe aree del Medio oriente paiono lontane della cultura occidentale. difficile è non pensare a come anche da noi qualcuno plauda a simili iniziative. È ad esempio il caso di Corrispondenza Romana che nel 2014 si premurò di difendere le pene detentive per i gay approvate in Uganda. In un articolo si spinse sino a sostenere che:

Tale legge prevede una serie di misure preventive che possono sembrare eccessive, soprattutto agli occhi di un Occidente ormai allo sbando intellettuale, morale e culturale, come l’ergastolo per i recidivi, la denuncia obbligatoria delle persone omosessuali e il divieto di qualsiasi forma di propaganda, ma che riflettono almeno in parte il tentativo di arginare un fenomeno, quello dell’ideologia del gender, che sta assumendo contorni sempre più preoccupanti e che minaccia seriamente la salute morale e materiale delle popolazioni tutte. In realtà, la inusitata durezza della legge ugandese mira a proteggere soprattutto i minori sia dalla propaganda gay sia dalla violenza a cui possono essere sottoposti; la norma, infatti, tende a punire severamente gli atti di omosessualità “aggravata” (ossia la violenza contro i minori, fenomeno di certo non estraneo al mondo omosessuale vista la forte e statisticamente accertata correlazione tra omosessualità e pedofilia) e la diffusione di messaggi inneggianti al comportamento contro natura.

Insomma, non solo il giornale di de Mattei si lancia nell'assurdo accostamento tra omosessualità e pedofilia, ma sostiene anche che non sia un male denunciare e incarcerare i gay in modo tale da «difendere» i bambini. O, forse, più verosimilmente di spaventarli a morte sino a costringerli a vivere nell'ombra per paura di ripercussioni e violenze da parte dell'integralismo cattolico.
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