A Livorno si va in gita al Family day, paga la diocesi



«Tutti a Roma per il Family day, paga la diocesi». È questa la modalità con cui i gruppi integralisti sperano di alimentare la partecipazione alla manifestazione contro di diritti delle minoranze.
L'iniziativa ha ottenuto il sostegno della Diocesi retta dal vescovo monsignor Simone Giusti e sarà l'opera diocesana dei pellegrinaggi a pagare il viaggio a quanti vorranno visitare Roma e fare numero ai fini politici degli organizzatori.
Se a Pisa il comitato promotore della manifestazione contro le famiglie non eterosessuali lamenta che «un sacerdote che ha persino impedito loro di fare volantinaggio per il Family day fuori dalla messa», monsignor Giusti ha offerto il suo pieno appoggio economico. «È naturale che la Diocesi sostenga qualunque movimento laico si metta in moto a sostegno di iniziative simili -dichiara- noi offriamo il nostro sostegno logistico».
Ma non solo, monsignor Giusti si vanta anche di aver alimentato la disinformazione che ha portato al clima d'odio odierno, tra cui anche la sponsorizzazione dei comizi di ProVita e di Komov: «Abbiamo continuamente offerto a parrocchiani e cittadini elementi per approfondire questi temi. È bene che la gente sia documentata. Abbiamo ad esempio mostrato, con l’aiuto di eminenti studiosi, le agghiaccianti cifre su quanto costi l’utero in affitto: 700 euro. Ci stupisce che si incentivi lo sfruttamento di donne, spesso povere e di paesi sottosviluppati».
Il riferimento, ovviamente, è a Paesi in cui la maternità è riservata alle sole coppie eterosessuali, sottolineando così l'azione di propaganda con cui il religioso conta di attribuire ad altri responsabilità improprie al solo fine di armare i suoi parrocchiani contro di loro.
Il ritrovo è fissato per sabato mattina alla Chiesa di Corea. Si parte alle 7, il rientro è previsto per le 21 dello stesso giorno, il pranzo è al sacco. Paga il vescovo.

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* Nella foto, il vescovo Simone Giusti in compagnia di Toni Brandi (presidente di ProVita) in occasione di un convegno di Komov volto a sostenere che la «discriminazione omofoba non esiste in Italia&raquo, e che i diritti delle famiglia gay servano alla «distruzione della famiglia naturale e l’eliminazione della legge naturale nell’educazione e la formazione delle persone».
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