È rottura. L'integralismo va all'attacco dei vescovi che non discriminano abbastanza



Ormai pare che si stia andando nella direzione di una rottura. Non solo la Cei non parteciperà all'ennesimo Family day organizzato dall'integralismo cattolico contro ogni forma di famiglia diversa dalla loro, ma ad accendere le loro ire è anche un Papa che chiede l'accoglienza dei gay e un segretario che si dice favorevole a concedere alcuni diritti civili alle coppie formate da persone dello stesso sesso (seppur dicendosi contrario a tutele che possano garantire ai loro figli i diritti giuridici garantiti a tutti gli altri). Troppo per un integralismo che è ricorso a qualsiasi bassezza pur di chiedere l'istituzionalizzazione della discriminazione.
Pare così che Riccardo Cascioli abbia deciso di optare per uno scontro diretto attraverso l'uso di tutti i suoi giornali (in quel classico gioco di specchi in cui l'opinione personale viene rilanciata da più parti per farla apparire plurale).

Il primo attacco è stato lanciato dalle pagine de La Nuova bussola Quotidiana con un articolo dal titolo "Come possono dei vescovi accettare le unioni civili?", immediatamente ripreso dall'altro suo giornale -Il Timone- che aggiunge: "La Caporetto di una Chiesa che ha perso la bussola". In quella sede Renzo Puccetti ha affermato:

Che dei cattolici e persino dei vescovi non si rendano conto che l'unione civile in sé ridefinisca il vincolo che unisce l'uomo e la donna in chiave romantica lascia interdetti e sgomenti. C'è infine un aspetto morale in tutta la questione. Se l'atto sessuale è espressione dell'unione di due persone, allora renderlo volontariamente infertile contraddice il suo autentico significato, questo è sempre stato considerato un male da tutta la riflessione morale cattolica sia dagli albori.
Ci si attenderebbe che, se ci fosse ancora un barlume di pensiero cattolico, dovrebbe risultare evidente che costituisce una violazione del bene comune la promozione del falso attraverso l'omologazione di condotte assolutamente divergenti, di cui solo una rispettosa della legge naturale. Nella quaestio 96 l'Aquinate afferma che "dalla legge umana non devono essere repressi tutti i vizi, dai quali i virtuosi si astengono; ma solo quelli più gravi". È sempre risultato evidente che gli atti omosessuali sono gravemente contrari alla virtù della castità (CCC 2357).

Il tema è poi stato ripreso il giorno seguente, quando un articolo firmato dallo stesso Cascioli è tornato ad attaccare Nunzio Galantino, segretario Cei, sostenendo che:

Si sente talmente tanto parlare di “nuova Chiesa” che molti vescovi si sono calati perfettamente nella parte e ignorano totalmente non solo ciò che la Chiesa (quella “vecchia”) ha creduto e annunciato per duemila anni, ma anche le indicazioni più recenti. Nei giorni scorsi abbiamo già fatto riferimento alla Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede a proposito dei progetti di riconoscimento delle unioni omosessuali (2003), che spiega con chiarezza per quale motivo i cattolici non possono sostenere qualsiasi tipo di riconoscimento giuridico delle relazioni gay. Documento importante, approvato da Giovanni Paolo II, su cui i diversi vescovi e cardinali intervistati in questi giorni dalla grande stampa non hanno neanche pensato di misurarsi. Roba da “vecchia Chiesa”, evidentemente.
E allora la domanda sorge spontanea: siccome la storia della “nuova Chiesa” è soltanto un argomento ideologico e l’insegnamento non conosce discontinuità, come è possibile che i vescovi italiani oggi contraddicano così clamorosamente ciò che proclamavano con certezza solo pochi anni fa (in gran parte sono gli stessi)? E senza nemmeno sentire il bisogno di spiegarsi? Come si fa a dire oggi che è dovere dello Stato regolare le convivenze omosessuali, quando appena pochi anni fa si scendeva in piazza per sostenere che è dovere dello Stato non riconoscere neanche le unioni di fatto eterosessuali?
Peraltro la Nota CEI del 2007 è perfettamente coerente con la Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2003, e non si tratta di princìpi astratti o semplicemente etici. Che qualsiasi forma di riconoscimento di unioni di fatto sia «deleteria per la famiglia» non è un pallino della Chiesa, è ciò che la realtà dei Paesi che già sono avanti su questa strada dimostra in modo inequivocabile. La legittimazione di unioni di fatto, unioni civili o come le si voglia chiamare è solo il primo passo di un cammino di distruzione della famiglia.
Si può essere così ciechi da non vedere la realtà che è sotto i nostri occhi?

Appare quindi evidente lo stappo tra la Chiesa e un integralismo che rimpiange la chiusura mentale di Ratzinger e che pare poco propendo ad accettare che la civiltà possa evolversi anche se a loro piacerebbe sopravvivere in un limbo di immutabilità perenne. Ed è così che le parole dei vescovi vengono sostituite con la pubblicazione delle lettere scritte nel 2007, si usano vecchi documenti per legittimare la propria posizione e si chiede che si torni indietro nella storia a quando la discriminazione era accettata e promossa da tutti.
Peccato che una teoria simile legittimerebbe l'uso di vecchi documenti per chiedere che le donne siano messe al rogo, che i mancini siano perseguitati o che i neri siano ridotti in schiavitù.

Ma, soprattutto, appare evidente un integralismo cattolico che si è dimenticato di citare i suoi slogan su fantomatiche ideologie o su figli che verrebbero strappati a madre desiderosi si crescerli. Qui l'integralismo chiarisce come il loro unico scopo sia quello di discriminare i gay sulla base di un dato naturale, sostenendo che la loro eterosessualità debba conferirgli maggiori diritti e tutele.
Il tutto con la violenza di chi crea queste ideologie e vuole imporle per legge, incuranti di come uno stato laico debba garantire il diritto anche per chi la pensa diversamente. In caso contrario, difficile sarebbe comprendere quale differenza ci sia tra questa gente e i terroristi dell'Isis (anche lor impegnati ad imporre ciò che sostengono sia reso lecito da presunte credenze religiose).
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