Ed ora l'associazione ProVita vuole decidere pure come ci si debba vestire



L'intollerabile violenza ideologica dell'associazione ProVita si basa un semplice fattore: mentre nessuno dice a loro come debbano vivere la loro vita, loro vogliono imporre agli altri il loro modo di vedere le cose. Per legge, vietando qualsiasi opposizione al loro pensiero unico.
Ed è così che se a loro piacciono persone del sesso opposto, ecco che scendono in campo per chiedere che l'amore altrui sia vietato. Se a loro piace vestire con ul papillon, essere che esigono che sia fatto divieto indossare altri indumenti. Appare incredibile, ma è proprio quest'ultimo punto ad essere oggetto di un loro recente articolo. E come in ogni singolo articolo propagandistico che hanno pubblicato, anche qui il tutto viene argomentato con un ricorso all'inesistente «ideologia gender», naturalmente non prima di aver fatto un po' di vittimismo. Scrivono:

Chi, come noi di ProVita, è sulla breccia per denunciare la follia dell’indifferenza sessuale in nome del buon senso e della ragione, deve subire quotidianamente offese ed insulti. Poiché non vogliamo adeguarci alla nuova moda "gender fluid" e "gender neutral", siamo tacciati di omofobia, razzismo, oscurantismo, bigotteria e –immancabilmente– di nazismo.

Sarà, ma chi vuole imporre distinguo sulle famiglie, chi ritiene che i diritti di bambini debbano essere diversi sulla base della loro discendenza, chi marcia per le strade insieme all'estrema destra o chi cerca contatti con chi vorrebbe imporre all'Europa quello che Dugin definisce come il «nuovo fascismo perfetto», è normale che venga etichettato con il nome proprio di certe ideologie. Ancor più se si tratta di persona a cui nessuno impone nulla, ma la quali pretendono di voler imporre il proprio pensiero agli altri attraverso l'istigazione all'odio o il ricorso a fantomatiche teorie volte a legittimare la discriminazione.

Si passa così a citare un articolo pubblicato da Il Giornale, nel quale si sostiene che sia necessario opporsi ad una moda che ignora la distinzione di genere e in cui: «per non offendere né lui né lei, meglio dire che siamo tutti uguali, che il maschio non esiste, lo ha rimpiazzato il femminiello». Ed è così che ProVita scrive:

Insomma, nella moda e nei mass media impazza il modello “gender-fluid“, quello che rifugge dalle normali classificazioni (sic!) e che non vuole essere catalogato né come maschio né come femmina, perché, in fondo, saremmo tutti un po’ l’uno e un po’ l’altra. E poi mica si può limitare la libertà interiore: ognuno è ciò che sente di essere! (Però, sia chiaro, la teoria gender non esiste…)

Interessante è notare che ora la «teoria del gender» ora sia divenuta il vestirsi con un gusto che a loro non piace, forse ignorando che se qualcuno compra dei vestiti è perché probabilmente si sentirà a proprio agio ad indossarli. Ed è così che chi non veste con giacca e papillon come Brandi, diviene un «femminiello» che non è degno della mascolinità putiniana per cui un uomo è uomo solo se rude e violento così come piacciono alla Miriano.
La loro richiesta assomiglia ad un cliente che dovesse entrare in un negozio e pretendesse che tutti i campi che a lui non piacciono siano dati alle fiamme. Insomma, non basta acquistare ciò che piace, bisogna impedire agli altri di indossare capi che non corrispondono al proprio gusto.

Si passa così alle tesi più componentistiche volte a creare paura fra i lettori. L'associazione ProVita non ha dubbi nel sostenere che gli abiti a loro meno graditi siano un piano segreto per l'omosessualizzazione della società:

Sembra proprio vi sia un diktat dall’alto, un ordine categorico proveniente da certi ambienti volti a promuovere l’ideologia Lgbt, anche a costo di rieducare quanti sono recalcitranti. E nonostante vogliano darci a bere – con una propaganda degna di un Goebbels o della CT SSSR (la televisione pubblica dell’Unione Sovietica) – che tutto ciò sia una conquista di civiltà, siamo davvero sicuri si tratti di progresso?

Verrebbe forse da chiedere a Brandi quando mai sia capitato che le generazioni più vecchie apprezzassero la moda giovanile. In fondo non risulta che molti anziani abbiano sposato la moda dei "paninari", cosi come pochi di loro hanno indossato pantaloni a vita bassa. Nella stessa immagine di apertura compare un articolo degli anni '30 in cui i conservatori ritenevano troppo maschile le divise assegnate alle ragazze, anche se è grazie a quelel sperimentazioni che oggigiorno non ci si ritrovi più a conciarsi come negli anni '30 o '40.
Eppure, dato che l'obiettivo è attaccare i diritti altrui, il tutto viene ricondotto ad un piano segreto per la distruzione della società. Ed è così che scrivono:

Certe lobby vogliono imporre le stravaganze di pochi a tutti. Chi si oppone viene emarginato, ostracizzato, silenziato, additato al pubblico ludibrio.

Ed ancora:

Purtroppo le ideologie si disinteressano dei fatti (“I fatti sono stupidi”, affermava il filosofo Nietzsche). Per questo quella contro la teoria gender è prima di tutto una battaglia in difesa del reale. E per questo si tratta di una battaglia in cui è possibile che sia noi, sia una opinionista libertaria, possano trovarsi dalla stessa parte.

E la «battaglia» in questione è il chiedere che alle persone sia impedito di potersi vestire come vogliono, imponendo loro il gusto di personaggi discutibili che si reputano gli unici al mondo in grado di decidere che cosa debbano fare gli altri. E poi si lamentano se qualcuno li chiama nazisti...
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