Essere gay in uno stato che ti criminalizza



Nicolamaria Coppola è un ricercatore che si occupa, fra le altre cose, anche della questione lgbt nel Medio Oriente. È lui l'autore di una intervista pubblicata su Bossy.it che ci permette di ascoltare il racconto di un attivista lgbt tunisino all'indomani dell'ordine di sospensione che Tunisi ha inflitto ad una associazione gay del Paese.
Il fatto in sé appare molto grave dato che le motivazioni alla base dell'ordinanza paiono assai nebulose: il vice presidente dell’associazione Hedi Sahly, che si è rifugiato a Bruxelles dopo le minacce di morte ricevute per il suo impegno nel gruppo, ha indicato ai media locali che la ragione principale della temporanea sospensione di tutte le attività di Shams sarebbe il non rispetto dei principi dello stato di diritto. Che cosa si intenda con questa dicitura è un qualcosa che pare nessuno abbia compreso.
In una società in cui il governo vorrebbe imbavagliare i propri cittadini omosessuali, Ramy Ayari si batte giornalmente per vedersi riconosciuto il diritto ad essere se stesso. Ramy ha solo 22 anni, è uno studente di informatica ed ha capito di essere gay all'età di 15 anni. È lui ad aver fondato nel 2014 l'associazione Without Restrictions e a mostrare tutta la sua determinazione: «So come gestire la mia vita nonostante il pericolo che affronto ogni giorno -afferma- l'unica volta che non mi sono sentito molto bene è stato quando la mia famiglia non mi ha sostenuto e mi ha allontanato, per il mio essere omosessuale».
Ramy racconta anche come nella sua terra «le persone lgbt non possono vivere come gli altri, in caso di aggressione o molestie sessuali o stupri non possono denunciare niente, dato che c’è una legge che criminalizza il loro orientamento sessuale e rischiano il carcere».
Riguardo all'influenza che la religione ha nella discriminazione dei gay, spiega che «il problema in Tunisia è che il Corano viene male interpretato: personalmente, non vedo nessun problema nell’Islam perché non ci sono versi nel Corano che affermino che l’omosessualità è un peccato o che si devono uccidere gli omosessuali, ma il problema in Tunisia viene dalla Shariia islamica che domina la nostra società».
Ai giovani tenesini raccomanda infine: «Non dobbiamo mai chinare il capo, la lotta continua sia dentro la Tunisia sia all'estero; dobbiamo essere più solidali che mai. Tutto il mio rispetto e la mia solidarietà alle persone lgbt che hanno dovuto lasciare la Tunisia. Verrà il giorno che tornerete a casa a testa alta».

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