Orfana dell'appoggio del vescovi, ProVita ricicla la nota del Family Day 2007



La disinformazione e la volontà di creare confusione è un'arma vigliacca di  chi non ha vere ragioni con cui motivare la propria ideologia. Eppure pare che sia proprio lì che l'associazione ProVita sia andata a rovistare per cercare consensi basati sul mero pregiudizio.
L'ennesimo articolo propagandistico contro i diritti della comunità lgbt esordisce così: «A proposito del matrimonio gay (o unioni civili che dir si voglia), la cui prossima discussione in Senato fa tanto parlare e straparlare, il Timone ha avuto un’ottima idea».
Difficile è non notare come l'associazione cerchi di sostenere che matrimonio e unioni civili siano sinonimi, forse ben sapendo come alcuni sondaggi mostrino un maggior astio nei confronti del riconoscimento del matrimoni piuttosto che di quello che riguarda le unioni civili. E pare anche difficile credere che chi passa ogni singolo giorno della sua vita a fare propaganda anti-gay non sappia le differenze:  le unioni proposte sono state ampliamene svuotate dal loro significato iniziale grazie all'ingerenza di Bagnasco e di vari gruppi omofobi, annullando ogni tutela costituzionale e spostando il perno della legge dall'articolo 29 della Costituzione all'articolo 3.
Ancor peggio va con l'«ottima idea» del direttore de Il Timone (che per chi non lo sapesse, è anche il diretto re della Nuova Bussola Quotidiana), il quale ha deciso di pubblicare sull'home page del suo giornale il testo integrale della nota dei Vescovi italiani apparsa nel 2007 sul sito della Chiesa Cattolica italiana, quando i prelati impedirono l'approvazione dei Di.Co. schierandosi apertamente con Berlusconi e con Fini contro l'uguaglianza dei diritti.
Ma dato che i vescovi non paiono più disposti a spalleggiare l'integralismo di certi gruppi con la stessa esposizione di quegli anni, ecco che quei gruppi vanno a ripescare le lettere di Ruini per cercare di utilizzare i vescovi come arma politica e partitica finalizzata a danneggiare la società.
Immancabile è anche il ricorso ad un giudizio che viene presentato come dato di fatto, giusto in modo di dire al lettore che cosa debba pensare. Ed è così che l'articolo chiede se «i ragionamenti in essa contenute valgono o no anche oggi, per la legge Cirinnà che è molto peggio di quelle sui DICO e sui PACS?». Peccato che molto bisognerebbe dibattere su cosa intendano per «peggio»... l'impressione è che il loro metro di giudizio sia la totale assenza di diritti per le persone a loro meno gradite. Insomma, non proprio quello che appare un pensiero che si possa definire cristiano.
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