Quando i bambini erano usati per la campagna politica contro il divorzio



L'impressione è che a nessuno interessi nulla dei bambini, ciò che interessa è l'uso dei bambini per la propria propaganda. L'immagine di un bambino sofferente non lascia mai indifferente l'italiano medio, spesso senza che neppure sia portato a domandarsi se esista una vera correlazione fra la causa e l'effetto che vengono rappresentati a danno del minore.
Il 12 e 13 maggio 1974, gli italiani furono chiamati alle urne per pronunciarsi sulla legalizzazione del divorzio. Il fronte del «no» basò la sua intera campagna sulla figura dei bambini, sostenendo che due genitori fossero obbligati a restare assieme anche se il loro amore era finito o se non c'erano più le condizioni per una vita serena in famiglia. Non ci si ponevano dubbi su quali fossero gli effetti nel crescere in una casa in cui mamma e papà si odiavano a morte, suggerendo che per il bene del bambino fosse importante vietare che la coppia potesse separarsi.
Non andò meglio con i manifesti propagandistici della Dc, sui quali capeggiava la scritta: «Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo! Vota Democrazia Cristiana». Anche in questo caso si sfruttava l'immagine dei bambini e il concetto che dovessero essere salvati da qualcosa per creare paura ed ottenere potere politico in cambio di protezione.
Se sostituiamo il termine "bolscevismo" con il neologismo coniato dall'estrema destra "omosessualismo", ecco che escono gli slogan del comitato "difendiamo i nostri figli". Si crea una finta minaccia e si cerca di creare isteria e paura al fine da vendere le proprie rivendicazioni politiche come una soluzione. E poco importa se siano davvero nel bene del bambino, ciò che interessa è che la gente ci creda.
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