Tempi minaccia il giudice della Consulta: l'abbiamo messa lì noi, ora faccia ciò che le diciamo



È Luigi Amicone, direttore del periodico ciellino Tempi, a firmare un appello contro il riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso rivolto alla «gentilissima ed eccellentissima dottoressa Marta Cartabia». Per chi non lo sapesse, si tratta del vicepresidente della Corte Costituzionale.
Amicone esordisce con il sostenere che le sta scrivendo perché la donna si distinguerebbe «competenza e sensibilità in materia di diritti umani», ma poi i toni paiono cambiare nel passaggio in cui il direttore pare voler vantare dei diritti che deriverebbero da un'ingerenza di una lobby di potere nella sua elezione all'interno della Consulta. Scrive:

Come segnala il Meeting di Rimini, il grande evento culturale a cui Lei stessa ha recentemente attribuito «qualche connessione» con la sua nomina, «perché sono stata nominata dal presidente Napolitano, credo una settimana dopo la sua visita al Meeting nel 2011» (“Cosa significa fare il giudice Costituzionale”, Rimini, 25 agosto 2015), Lei si è sempre distinta – e distinta per eccellenza di expertise – nello studio e nella cultura dei diritti umani.

In modo neppure troppo velato, Amicone pare suggerire che l'elezione della donna sia stata decisa da Comunione e Liberazione e che ora sia giunto il momento di ripagare quel favore attraverso una posizione a sostegno delle tesi dell'integralismo cattolico contro i diritti delle minoranze.
La sola ipotesi che la Consulta sia stata eletta per volontà politiche e che i giudici della massima autorità italiana siano chiamati a rispondere a dei padroni, è un dato che metterebbe a repentaglio l'idea stessa democrazia.

Amicone passa poi ad elencare le sue richieste, volte a riscrivere la Costituzione attraverso l'imposizione dei distinguo ideologici tipici della sua propaganda. Inizia con un una ridefinizione de vocaboli, sostenendo esista un «grande equivoco in circolazione che è il considerare “omofobo” o comunque ostile al riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali». Dice che «non ci sarebbe alcun problema» dinnanzi ad «una legge che riconosca alle coppie omosessuali tutti i diritti e doveri di una convivenza». Ma «Ciò che sembra inaccettabile alla luce della Costituzione italiana, è che il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali avvenga richiamando esplicitamente le norme che regolano il matrimonio e, quindi, connesso al matrimonio, le adozioni dei bambini».

Il disegno di legge Cirinnà prevede infatti un nuovo istituto giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso e colloca tale istituto all’interno delle “formazioni sociali” di cui riferisce l’articolo 2 della Costituzione anziché il 29 sulla famiglia. Nel concreto, però, quando la stessa legge passa a disciplinare nei suoi articoli il regime del nuovo istituto, tutti i riferimenti richiamano espressamente lo status del matrimonio (testimoni del rito, cognome del coniuge, regole che si applicano agli impedimenti e alle cause di nullità matrimoniale, pensione di reversibilità, obbligo per l’Italia di riconoscere i “matrimoni” gay contratti all’estero eccetera). Tale sostanziale identità tra “unione” e “matrimonio” civile, emerge definitivamente nell’articolo che consentirebbe l’adozione dei bambini. La cosiddetta “stepchild adoption”, che per una coppia di persone di sesso maschile, essendo strutturalmente impossibilitata a esprimere maternità, non significa altro che la legittimazione della pratica cosiddetta “dell’utero in affitto”. Insomma, si tratta di una legge che punta introdurre il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, epperò in maniera surrettizia, senza neppure avere il coraggio, la franchezza, la lealtà, di investire la Costituzione di questa rivoluzione antropologica, sociale e del venire al mondo e della vita dei bambini.

Insomma, Amicone sostiene che lui non avrebbe alcun problema ad accettare le unioni gay, ma solo se sarà negato loro ogni valore e se si sosterrà che un rapporto stabile e una promessa di vita fra due persone dello stesso sesso venga rilegato come una «convinzione» paragonabile a quella di due perfetti strane che dividono l'affitto. In altre parole, lui esige che la dignità altrui si calpestata e che la sua presunta eterosessualità dia fonte di privilegi basati su caratteristiche naturali.
Per sostenere ciò, l'uomo passa alla più bieca menzogna nel sostenere che la capacità procreatavi di gay e lesbiche sarebbe inesistente anche se, che lui lo voglia o no, qualunque gay sarebbe perfettamente in grado di mettere incita la moglie di qualunque suo redattore.
Allo stesso modo la sua tesi viene smontata anche dal semplice buonsenso: se le legge consente ad una 18enne di poter sposare un vecchio pieno zeppo di soldi, quale sarebbe la capacità procreatavi di quella coppia? E quale sarebbe il valore di un qualche ragazzetto che posa una vecchia ereditiera in menopausa per ottenere i suoi soldi? E in quale preciso punto della legge italiana si dice che il fine del matrimonio è la procreazione, dato che esistono numerose coppie sposate che non hanno figli?
Da voltastomaco è poi il solito ricorso a quello che loro chiamano in maniera dispregiativa «utero in affitto», un tema completamente estraneo alla norma ma che fa parte di una campagna di disinformazione volta a distrarre l'opinione pubblica al fine di legittimare la discriminazione. Ancor più dato che la stepchild adoption non sarebbe altro che un'estensione di una norma approvata nel 2983 e valida per tutte le coppie eterosessuale al fine di garantire tutele ai bambini (e questi sarebbero i primi a dover pagare la violenza e l'ignoranza dell'integralismo cattolico). Ma, si sa, l'obiettivo pare sia solo quello di cercare di creare il maggior numero di distinguo possibili, anche a costo di danneggiare e far del male ai bambini.

Si passa poi a voler ridefinire la Costituzione. Dato che la carta Fondamentale non cita in alcun modo il sesso dei coniugi e non vieta in alcun modo il riconoscimento del matrimonio egualitario, Amicone suggerisce che i testi debbano essere interpretati sulla base del suo pregiudizio. Afferma:

È evidente che la Costituzione italiana NON definisce il matrimonio, né definisce la famiglia, cioè non li fonda. Bensì la nostra Costituzione «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». È qualcosa di più e significa che non sono la Costituzione o la Legge che fondano la famiglia, ma il dato di natura, l’unione di uomo donna in quanto generativi, anche solo potenzialmente, di nuovi individui. Dunque, secondo la Costituzione (e non può essere che così perché altrimenti la Costituzione dovrebbe riconoscere tutti i tipi di legame affettivo, compreso la poligamia) l’oggetto di tutela giuridica non è l’amore, non è il legame affettivo, non è il dato sentimentale, ma è il rafforzamento della posizione dei coniugi, attraverso un sistema di diritti e doveri, in funzione di garanzia dei figli. Perché i figli sono il futuro e la sopravvivenza della società. Il riconoscimento del dato naturale del rapporto uomo-donna in quanto generativo, significa che non è la legge che fonda ma che tale dato è preesistente.

Se questa teoria fosse vera, Amicone dovrebbe chiedere lo scioglimento del 90% dei matrimoni contratti fra eterosessuali e sostenere che la società non si basi più sui rapporti ma solo sulla generazione. E se dovessimo prendere per buona tale teoria, perché dovremmo limitare la procreazione ad un unico tentativo? Perché non dovremmo mporre ad ogni uomo l'ingravidamento obbligatorio di più donne in modo tale da garantire una riproduzione geneticamente più solida? Se il fine della vita è solo la gravidanza, che senso avrebbe stabilire reversibilità o altri diritti? A questo punto lasciamo morire chi non è più fecondabile perché inutile ad una società che viene dipinta come basata sulla sola riproduzione sessuale! Ma soprattutto, invitiamo Amicone a non perdere tempo a scrivere inutili articoli che tolgono tempo ai suoi tentativi riproduttivi.
Per tentare di rafforzare la richiesta, Amicone sostiene persino che «nella legge Cirinnà si evita di parlare di “matrimonio” perché chiaramente il termine solleverebbe un problema di costituzionalità». Peccato non sia vero, dato che la Corte Costituzionale ha chiaramente stabilito che non è così (ma forse Amicone dà per scontato che la Costituzione in oggetto non sia quella vigente ma quella riscritta dalla sua ideologia).

Nel terzo ed ultimo punto si sfiora il patetico, negando che gli spermatozoi dei gay funzionino al pari di quelli degli eterosessuali,. Si nega l'evidenza in cui la maternità surrogata viene utilizzata più dagli eterosessuali che dai gay e cercando di negare che alcune famiglie possano avere figli nati da precedenti relazioni. Ed è sulla base di una serie di premesse false che Amicona dà libero sfogo al suo pregiudizio nello scriver:

Donne, femministe, persone omosessuali e addirittura uno storico leader del movimento Lgbt hanno sottoscritto un manifesto che chiede la messa al bando della pratica «abominevole» (Livia Turco) del cosiddetto “utero in affitto” o “maternità surrogata”. Pratica che non può essere esclusa – per ragioni biologiche evidenti – in una qualsiasi legge che ammetta la possibilità di adozione da parte delle coppie omosessuali.

Che cosa c'entri tale richiesta con la legge in discussione non è chiaro, dato che la legge 40 vieta la maternità surrogata e continuerà a vietarla. Ma, soprattutto, la vera risposta cui l'integralismo non fornisce alcuna risposta è che cosa si debba fare con i bambini che già sono nati e già vivono in famiglie omogenitoriali: li sopprimiamo? Gli togliamo ogni diritto perché ad Amicone non piacciono i suoi genitori? Li marchiamo e li richiudiamo in campi di concentramento?

Ma se alle richieste folli di Amicone ci si può fare l'abitudine, qui il tema è capire se questi punti siano effettivamente delle richieste o se siano ordini impartirti sulla base di quello che il direttore di Tempi afferma sia stata un'elezione pilotata da una lobby di cui lui fa parte. Una lobby potente, violenta, ed ora pronta a chiedere il conto.
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