Facebook ha davvero chiuso la pagina di Pillon o è solo una trovata propagandistica?



«Dopo i vergognosi attacchi e segnalazioni da parte di attivisti il profilo di Simone Pillon è stato segnalato e chiuso». È quanto sostiene una pagina dal titolo "Ridateci il Profilo FB di Simone Pillon" che risulta essere stata creata il 1° febbraio alle 19:35.
Altri messaggi spiegano che «la gaystapo è tornata su la scena» e che «il profilo Facebook di Simone Pillon è stato segnalato in massa; questi sono i metodi della ‪‎democratica lobby lgbt. Ma sappiate una cosa! Chiara! Noi non molleremo! Mai!».

A questo punto viene automatico domandare se la pagina sia stata effettivamente cancellata. Una semplice verifica è sufficiente per osservare come basti visitare il profilo di Pillon per trovarsi dinnanzi a questa schermata. Il messaggio spiega chiaramente come il contenuto «potrebbe essere scaduto o la pagina potrebbe essere visibile solo a un pubblico di cui fa parte». Insomma, tutto lascerebbe pensare a un contenuto che è stato reso privato (anche perché, in caso di cancellazione, è questa la pagina che si si aspetterebbe di trovare).
La fonte della notizia non riporta neppure quale sarebbe la presunta motivazione con cui Facebook avrebbe deciso la rimozione della pagine e, cercando fra i commenti, l'unica ipotesi è quella una donna che attribuisce la responsabilità «al maligno» che è «perfido ed infimo». Ipotizzando che il social network non abbia evocato alcuna entità diabolica nella sua spiegazione, vien da sé che nessuno sappia neppure se la notizia è reale.
Eppure pare che tutti concordino nel sapere con assoluta certezza di chi sia la responsabilità di un qualcosa che forse non è manco capitato: la colpa è tutta della gaystapo.

Tra i commenti c'è chi parla di oscurantismo e chi cita il codice penale (peraltro invocando il «vilipendio a confessione religiosa» in riferimento alle opinioni di Pillon, quasi come se la sua omofobia fosse una nuova religione). Il gestore della pagina spergiura che «l'enorme massa di segnalazioni» siano giunte «dalle associazioni lgbt», buttandoci dentro pura una digressione nel sostenere che la «legge bavaglio di Scalfarotto non è passata altrimenti c'è la galera». E già che si era in tema di divagazioni, molti ne hanno approfittato per vantarsi di quanto sono bravi a "difendere" i diritti dei bambini. Una ragazza ha provato ad obiettare ed è stata immediatamente invitata ad andarsene dato che ogni opinione contraria alla loro non era gradita.
Qualcuno dice che i gay «predicano la diversità ma sono fascisti», qualcun altro lamenta una eccessiva «tolleranza dell'omosessualità aperta e del transessualismo» e c'è pure chi cita il motto dei Templari: «a noi la battaglia, a Dio la vittoria». C'è poi chi sostiene che non sia possibile dire nulla contro i gay per ritrovarsi il profilo chiuso, forse ignorando l'estrema tolleranza del social network verso le pagine di istigazione all'odio come "No ai matrimoni gay" o simili. Ed immancabile è anche chi coglie l'occasione per incitare ad azioni squadriste contro delle pagine gay.
Impagabile è poi quell'utente che si lancia nell'asserire che «la gaystapo ha colpito ancora» dopo essersi lamentato che non può segnalare la pagina ai suoi amici, quasi come se sia colpa dei gay se Facebook ha regole che impediscono di inviare più di 500 segnalazioni per pagina al giorno.

Pare dunque che ci sia stato il processo e la condanna, nonostante risulti poco chiaro se ci sia stato un delitto. L'unica cosa che pare evidente è la volontà di ricorrere a al vittimismo per mettere in piedi un intero caso basato sul nulla, con accuse gravi presentate come dogmi nonostante la totale assenza di prove. Le segnalazioni sono anonime, quindi di certo loro non possono averle viste, così come la decisione viene assunta da Facebook e non da chi presenta reclamo.
Dinnanzi alle evidenze. potrebbe tranquillamente basarsi di una sospensione legata alla pubblicazione di dati personali di minori dato che, proprio stamane, Pillon aveva avviato una catena in cui alcune mamma hanno pubblicato nomi, cognomi e indirizzi delle scuole dei loro figli per vantasi di aver compilato dell giustificazioni scolastiche in cui menzionavano espressamente la partecipazione al Family day per l'assenza dalle lezioni di sabato.

Tanto basta a comprendere che si sia dinnanzi a un atto che puzza di strumentalizzazione, utilizzato per ventilare il rischio di censura verso chiunque voglia ostentare la propria omofobia. Il tutto, ovviamente, secondo le linee guida del pensiero unico catto-fascista che vede nell'altro l'unica persona che può essere resa vittima di una qualche azione. Tu puoi insultare l'altro ma l'altro non può rispondere; tu puoi segnalare le pagine altrui ma l'altro non può fare altrettanto. Ma, soprattutto, tu puoi vivere la tua vita come credi ma pretendi di poter impedire all'altro di fare altrettanto, ricorrendo a strumentalizzazioni e bugie al solo fine di danneggiare il prossimo per mero pregiudizio.
Una testimonianza di tale tattica ci giunge da un articolo della solita ProVita, in cui la redazione del sito integralista titola "Omosessualismo, la Gaystapo ancora in azione: querelato Simone Pillon". Esatto, un'associazione che ha denunciato tutti e tutto si era lanciata nel sostenere che nessuno dovesse permettersi di denunciare uno di loro, ignorando come qualsiasi cittadino si senta vittima di un torto abbia il diritto di ricorrere ad un giudice che possa pronunciarsi sul tema (e probabilmente neppure a torto se, come nel caso specifico, il pubblico ministero accetta di portare avanti le indagini). È la regola dell'"io valgo più di te", dove ogni azione altrui è fonte di critica anche se si sta continuando a fare altrettanto (se non peggio) verso di loro.

Update. La pagina è tornata online nel giro di qualche ora e pare che si sia trattato di una semplicissima richiesta di verifica delle veridicità del nome inserito a cui Facebook è solito sottoporre numerosi utenti.
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