Il Giornale da denuncia: «Le associazioni lgbt fanno soldi usando l'omofobia per spacciare droga»



Se c'era da rimanere sconvolti dinnanzi alle falsificazioni e alle strumentalizzazioni già pubblicate da Il Giornale in merito al caso Varani, il terzo episodio della loro presunta "inchiesta" rende ora evidenti i loro loschi piani: diffamare i gay per diffamare le associazioni al fine di ottenere un ritorno politico.
L'ennesima vergogna è ancora una volta firmata da Giuseppe De Lorenzo e basata su quelle che si sostiene siano "rivelazioni" fornite da un sedicente gay che si farebbe chiamare "corvo gay". Il Giornale si lancia così nel sostenere che «la morte di Luca Varani causata dal traffico di droga conosciuto e tollerato dalle associazioni omosessuali». Scrive poi:

Droga, festini, party e sesso. Sono questi i denominatori comuni delle serate gay romane? Spesso sì. Anche se non sempre. Dopo l’omicidio di Luca Varani qualcosa di questa realtà nascosta è venuta a galla. Un'evidenza che divide anche gli omosessuali.
Che la luce si sia accesa sui festini chemsex (sesso e droga), irrigidisce buona parte degli stessi appartenenti alla comunità. La droga e i party "oltre i limiti" sono ben conosciuti nell'ambiente. Soprattutto a livello dell'associazionismo. A confermarlo sono gli stessi omosessuali che si (auto)definiscono "normali". Ovvero quelli che "non fanno queste schifezze e non spacciano cocaina".

Ecco che i festini a base di droga (come quelli di Lapo Elkann o quelli che hanno messo in difficoltà la consigliera lombarda Nicole Minetti) su quelle pagine diventano un problema dei gay. Sostengono che tutti sapessero tutto, quasi a voler insinuare che l'intera comunità sia corresponsabile del delitto di Marco Prato. Interessare è anche notare come si dica che i gay si «autodefiniscono» normali, quasi a voler sostenere che non lo siano.
Tali insinuazioni diffamanti e diffamatorie vengono proposte come una certezza sulla base del loro presunto "corvo gay", un uomo così dall'odio che non stupirebbe se si dovesse scoprire che in realtà + un etero iscritto alle Sentinelle in piedi. Ma incuranti di ogni buonsenso, aggiungono:

La domanda che sorge spontanea, allora, è come sia possibile che sostanze stupefacenti circolino liberamente nei locali e nelle serate organizzate da importanti e autorevoli associazioni gay. “Il giro di droga in certi locali è vicinissimo a parte del movimento Lgbt” - dice Franco, nome di fantasia di un omosessuale che chiede l'anonimato e si fa chiamare "il corvo gay". Marco Prato, infatti, uno dei killer di Luca Varani, era personaggio di spicco della movida romana. Conosciuto praticamente da tutti.

Trattandosi di un pr, probabilmente è normale che fosse conosciuto dato che il farsi conoscere era parte del suo lavoro. Eppure pare che Il Giornale si dica certo che gli etero non parlerebbero mai con un pr di una discoteca senza aver prima avviato indagini per scoprire cosa faccia nella sua vita privata. Nessun etero chiamerebbe mai uno sconosciuto per farsi mettere in una lista che garantisca l'ingresso a prezzo scontato, così cime nessuno di loro prenoterebbe mai un tavolo senza conoscere i segreti di chi ha risposto al numero di telefono fornitogli dal un locale. Sulla base di queste certezze, l'articolo afferma:

Quanti sapevano della sua "doppia vita"? Una alla luce del sole, fatta di party ed eventi e l'altra più oscura incentrata su sballo e droga? “Andavamo tutti alle sue feste e ai suoi aperitivi A(h)Però”, dice un gruppo di giovani di fronte ad un bar della gay street a due passi dal Colosseo. “Sentivo ogni tanto Marco - continua un altro ragazzo, che chiameremo Luca - Gli chiedevo i tavoli per gli eventi, era uno accreditato”. Una vicenda che sconvolge e spaventa. C’è chi addirittura chi ha paura di parlare, teme ritorsioni: “Si rischia di subire qualche torto. Non mi stupirebbe di trovare le ruote dell’auto tagliate”.

Ovviamente non poteva mancare l'insinuare che i gay sono così violenti da minacciare chi racconterebbe l'unica verità.  Una verità che casualmente corrisponderebbe a quella dei movimenti anti gay, così come non dovrebbe stupire che della gente sceglierebbe di raccontarlo ad uno dei giornali più omofobi d'Italia. Sarebbe come un ebreo che decide di andare da un nazista per parlare male degli ebrei... un po' improbabile, vero?
Inoltre non è chiaro perché il loro presunto testimone non avrebbe sporto alcuna denuncia alle autorità, preferendo correre fra le braccia di giornalisti che hanno versato fiumi di inchiostro per convincere i propri lettori che le drag queen siano malate di mente. E chi non andrebbe a spifferare verità rivelate a chi l'accusa di essere un malato mentale? Il tutto, ovviamente, ammesso che non ci sia stato un passaggio di denaro che ci porterebbe a chiederci quanto sia costato il far dire quelle cose a quelle persone.

Dicono ancora:

La spaccatura tra una parte dei gay e l’associazionismo romano è evidente. Sotto accusa finiscono l'Adnnos, l'Arci e il circolo Mario Mieli. Qualcuno disegna una demarcazione netta tra chi vuol vivere una "vita normale e non cerca rogne" e "le finocchie della borgata". ovvero i disinibiti, i "gay repressi", i "malati di sesso" e quelli troppo attratti dalle droghe."Ma la cosa più indecente - aggiunge Franco - è che stanno cercando di mettere tutti a tacere. A Roma se vuoi stare aperto o hai protezione politica o chiudi”. Prima di continuare, precisa: “Quando parlo di politica mi riferisco al movimento Lgbt in sé. Con il giro di droga fanno più soldi e più clienti”. La notizia ci viene confermata da una ex drag-queen del Muccassina: "Tempo fa sono stata fatta fuori dal giro perché non spacciavo da sotto la gonna come volevano loro".

Il sostenere esista una spaccatura è parte della propaganda, dato che permetterebbe di far credere che alcune persone credano davvero che quei racconti possano anche solo assomigliare ad un qualcosa che abbia una lontana parvenza di verità. Eppure il fine del discorso pare sia quello di invocare la fine di qualunque contrasto all'omofobia, sostenendo che non serva a nulla se non a legittimare lo spaccio:

"Il movimento Lgbt protegge queste situazioni - attacca Franco - un po' per convenienza e un po' per omertà. Con il giro di droga fanno più soldi e più clienti”. Ma tutta questa impunità da dove proviene? “Dal ricatto dell’omofobia: se domani dieci pattuglie si presentassero al Muccassasina per una perquisizione, come avviene in altri Paesi europei, le redazioni dei quotidiani sarebbero piene di comunicati di protesta”.

Eccoci dunque dinnanzi all'ennesimo capitolo di una crociata d'odio condotta per anni da un giornale che spergiura l'esistenza della fantomatica «ideologia gender», che racconta bufale su inesistenti soppressioni della festa del papà o che inneggia all'omofobia attraverso il razzismo. Ma in uno stato dove il Governo non esiste, ecco che nessuno salvaguarda i cittadini da chi sta gettando le basi di un integralismo che potrebbe ben presto sfociare in violenze di strada come quelle che già si verificano in tutte le nazioni neonaziste dell'est.
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