ProVita ascoltata in Parlamento: «Si dica che il rapporto omosessuale non è meritevole di riconoscimento pubblico»



C'è da chiedersi perché mai la II Commissione Giustizia della Camera dei Deputati abbia aperto le sue porte all'integralismo per ascoltare le ragioni per cui un'associazione che rappresenta una piccola minoranza violenta vuole impedire che altre persone possano godere dei privilegi che loro vorrebbero riservare ai soli eterosessuali. Ed è così che i deputati hanno ascoltato la solita propaganda di Toni Brandi (presidente dell'associazione ProVita) e di Alessandro Fiore (caporedattore di ProVita nonché figlio del leader di Forza Nuova)

La trattazione dell'argomento si è basata sulle solite banalità. Brandi sostiene che la legge sulle unioni civili «è incostituzionale quindi perché nonostante la Costituzione, come ribadito dalla Corte costituzionale nelle note sentenze 138/2010 e 170/2014, vieti di equiparare altre unioni al matrimonio, questa equiparazione viene realizzata dal provvedimento in questione, violando altresì il principio di uguaglianza che impone di trattare diversamente situazioni diverse».
In realtà la Corte Costituzionali non ha mai detto che il matrimonio egualitario non possa essere introdotto ma si è limitata a sostenere che non era stato ipotizzato dall'assemblea costituente e che quindi non è obbligatorio. Eppure è bastato seguire il dibattito in Senato per comprendere che in realtà al nostro governo non interessa tanto il significato delle pronunce costituzionali quanto la possibilità di sostenere ciò che può tornare utile ai propri scopi (motivo per cui viviamo in un Paese dove la stessa sentenza cviene citata per sostenere tutto e il contrario di tutto).
Nella sua lunga trattazione, Brandi lamenta anche che anche «l’unione omosessuale in questo disegno di legge non solo viene assimilata al matrimonio ma viene anche espressamente riconosciuta come forma di “famiglia”: è quanto si evince dal comma 12 in riferimento alla “vita familiare” e da altri rimandi al codice civile».
Dice che un «altro punto di incoerenza è stato da molti messo in rilievo e riguarda l’obbligo di fedeltà, escluso dal comma 11. A prescindere dal merito, quest’esclusione resta incoerente da qualunque punto di vista la si guardi. O si dice, come sosteniamo noi, che il rapporto omosessuale non è meritevole di riconoscimento pubblico, e allora non ha senso la fedeltà, e tantomeno l’istituto delle unioni civili; oppure se, per ipotesi, il rapporto tra due omosessuali fosse meritevole di riconoscimento pubblico e di tutela, allora non si capisce perché l’obbligo di fedeltà dovrebbe essere escluso. Le unioni civili così formulate istituzionalizzano un’unione potenzialmente libera e aperta a relazioni affettive e sessuali con altre persone. A questo punto lanciamo una provocazione: perché limitare l’unione civile a due persone? Perché non aprirla a 3 o 4 persone che si vogliono bene e hanno relazioni affettive?».
Ed ancora: «Seguendo la logica delle unioni civili, non capiamo in virtù di quale ragione valida dovremmo proibire a tre adulti omosessuali consenzienti di far riconoscere pubblicamente la loro unione. Anzi, perché non riconoscere unioni civili tra due o tre amici e due o tre sorelle che vivono stabilmente assieme e si impegnano a sostenersi a vicenda? L’amicizia profonda e l’amore fraterno hanno addirittura meno valore che la relazione omosessuale?».
Non manca pioi un loro tormentone nel chiedere che ai cattolici sia permessa la possibilità di non rispettare la legge se si ha la volontà di discriminare qualcuno, motivo per cui si auto-citano per sostenere che «un punto delicato che è stato sollevato da pochi è quello dell’obiezione di coscienza dei sindaci e altri funzionari pubblici che per ragioni morali o religiose si rifiutino di collaborare alla realizzazione di un simil-matrimonio omosessuale (registrandolo o trascrivendolo)».
Si sostiene poi che «fare concorrenza al matrimonio significa diminuire il benessere della società nel suo complesso» e che «rispetto al matrimonio, le convivenze sono correlate a: maggiore violenza contro donne e bambini; peggiore salute fisica; maggiori problemi di salute mentale; redditi più bassi e disoccupazione più frequente; condizioni abitative meno favorevoli; minore cooperazione nelle relazioni di coppia; consumo di droga, alcool e tabacco statisticamente maggiore; tassi maggiori di criminalità tra i minori; peggiore rendimento scolastico dei bambini. Insomma la promozione delle convivenze, in concorrenza con il matrimonio dal punto di vista sociale, diminuisce il benessere in tutto e per tutti».
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