ProVita sindacalizza pure le scelte di aziende private



Hanno manifestato e si sono imbavagliati sostenendo di voler difendere il diritto all'omofobia, affermando che atti violenti contro il prossimo fossero da tutelare nel nome della «libertà di opinione». Eppure non ci vuole molto a comprendere come dietro a quelle rivendicazioni dell'associazione ProVita ci fosse solo la volontà di legittimare quell'attività persecutoria su cui fondano il loro fatturato.
L'ennesima dimostrazione ci giunge da un articolo firmato da Anastasia Filippi.
Come prassi, si parte da un titolo che pare non avere attinenze con la realtà, ma utile per creare un senso di odio in quei lettori assetati di sangue che leggono avidamente quelle pagine. Ed è così che scrivo: "l matrimonio gay non è stato ancora legalizzato, ma già c'è chi ne gode i benefici".

Ovviamente è bene notare che il ddl Cirinnà non è un matrimonio (e loro dovrebbero ben saperlo dato che la loro attività è stata fondamentale nel legittimare quei distinguo di stampo fascista) così come non si capisce in che modo quell'affermazione possa vere un qualsiasi nesso logico con il tema trattato nell'articolo.
Ad essere di presi di mira, infatti, sono quelle aziende che hanno deciso di non discriminare i propri dipendenti. Nel mondo reale sappiamo tutti come un'azienda privata possa fare ciò che vuole, purché garantisca quei minimi sindacali stabiliti dai contratti di categoria. Se un datore di lavoro volesse dare migliaia di dollari ai dipendente, potrebbe farlo. Si può scegliere di ridurre gli orari o si possono dare bonus... insomma, si può fare un po' ciò che si vuole. Eppure se un diritto viene dato ai gay, ecco che quelli che sostenevano di voler difendere la libertà no tardano a mostrarsi come jihadisti pronti a voler massacrare chiunque non si pieghi al loro pensiero unico.

Scrivono così:

“Sebbene siano ancora in corso le trattative nell’ambito del rinnovo complessivo del contratto integrativo, è un’ulteriore conferma dello spirito di inclusione e modernità del marchio fiorentino”, dice Gucci, nota casa di moda fiorentina, a proposito della decisione di concedere il cosiddetto congedo matrimoniale anche alle coppie gay.
La decisione è stata presa nel corso degli incontri aventi ad oggetto il rinnovo del contratto di lavoro aziendale e con questa decisione i vertici di Gucci, secondo quanto ha comunicato l’azienda, hanno voluto manifestare la propria “intenzione di estendere l’istituto delle ferie matrimoniali anche ai dipendenti che vivono rapporti di coppia con persone dello stesso sesso e contraggono matrimonio all’estero”.
Già da tempo la Gucci si è distinta per le passerelle di alta moda politically correct.

Ad essere attaccati con violenza non sono solo i dirigenti della Gucci, ma chiunque garantisca parità di trattamento ai propri dipendenti.

Un precedente c’era già stato. E stavolta non si era trattato di un’azienda del fashion system, ma della municipalizzata romana ATAC.Dopo l’istituzione, con un’iniziativa autonoma del sindaco Marino, in aperta rottura con la legge vigente, del registro delle unioni civili nella Capitale, l’azienda romana dei trasporti aveva riconosciuto il diritto al congedo matrimoniale anche ad un dipendente gay. Il dipendente romano dell’azienda ha infatti potuto beneficiare dei 15 giorni di ferie pagate previste dalla legge in caso di matrimonio. Dell’uomo, attivista LGBT, era stata registrata l’unione contratta all’estero, proprio dall’ex sindaco di Roma.
A concedere il congedo matrimoniale per gli omosessuali che convolano a nozze fuori dall’Italia, aveva provveduto anche Intesa San Paolo. In Sicilia, poi, anche l’azienda dei trasporti locale, AMAT, aveva previsto lo stesso per due dipendenti gay.
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