ProVita: «Lamentarsi quando i gay vengono uccisi nel nome di Dio è un attacco alla religione e a chi dice che i gay sono anormali»



L'associazione ProVita Onlus è una realtà finanziata e riconosciuta dallo Stato che incessantemente impegnata nel tentativo di ostacolare e distruggere la vita delle persone sulla base del loro orientamento sessuale. Il tutto, ovviamente, con scopi politici che possano tornare utili alla destra estrema per riportare in vita un'ideologia che si sperava fosse morta nel secolo scorso.
Volendo ricapitolare, i gay non devono poter far sesso perché ProVita non vuole. Non devono potersi sposare perché ProVita non vuole. Non devono essere difesi dal bullismo perché ProVita non vuole. Non devono poter avere pari dignità sociale perché ProVita non vuole. I loro figli non devono avere le stesse tutele riservate ai loro coetanei perché ProVita non vuole... insomma, i gay non devono poter vivere o esistere perché ProVita non vuole. E tutto questo non solo perché quelli dell'associazione di Brandi sostengono di essere migliori solo perché si scopano persone del sesso opposto, ma con finalità violente che passano dalla loro pretesa si imporre queste discriminazioni per legge alla stregua di quanto accade nello Stato Islamico.

L'ultimo affondo è un vergognoso articolo firmato dalla solita Anastasia Filippi in cui si afferma che i gay non devono poter essere rappresentati al cinema.
Sono ormai 31 anni che a Torino si organizza uno tra i più importanti festival lgbt d'Europa, ma per quelli dell'associazione ProVita Onlus è l'occasione per titolare "A Torino arriva la trentunesima edizione del Festival del cinema ideato per la propaganda dell’omosessualismo".

Il contenuto dell'articolo è quanto di peggio si possa trovare, ricolmo di generazioni criminali e di affermazioni altamente lesive della dignità umana. Dice la Filippi:

Il cinema, infatti, è sempre stato uno dei principali strumenti di propaganda. Ci hanno sicuramente pensato gli organizzatori del TGLFF – Torino Gay & Lesbian Film Festival, quando concepivano la rassegna cinematografica giunta alla sua trentunesima edizione.
Dal 4 al 9 maggio a Torino andrà di nuovo in scema il cinema gay, con 84 film in programma, di cui 8 in anteprima mondiale, uno in anteprima europea e 56 anteprime italiane. La maggior parte delle produzioni sono americane ed italiane, ma i film che partecipano alla rassegna sono stati prodotti anche in Paesi come Germania, Regno Unito, Canada, Francia, Iraq, Vietnam, Taiwan, Cuba, India e Tunisia.

Tutto questo per arrivare a sostenere che:

Ma perché c’è bisogno di una rassegna di cinema gay? Secondo gli organizzatori, i gay hanno sempre avuto un ruolo marginale oppure hanno rivestito ruoli ridicoli o altrimenti negativi, offensivi, al cinema. Quindi, con questo festival, il personaggio gay tenta di riconquistare un posto d’onore nell'immaginario collettivo.
Se si guarda al contenuto dei film, quello che si tenta di fare, è creare un nuovo modello sociale da esportare e trasmettere al pubblico: quello della personalità gay che si afferma “nonostante” il rifiuto della società e delle istituzioni come quelle “ecclesiastiche”, dando sempre per scontato, come omosessualismo comanda, che i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso siano normali, convenienti e appaganti.

Ovviamente ciò che si attribuisce agli organizzatori è una realtà storica accertata che si cerca di negare: per decenni il cinema ha rappresentato i gay solo in modalità atte a deriderli o rappresentarli come emarginati, motivo per cui è importante da spazio a chi possa dare una corretta rappresentazione delle minoranze. Per non fare troppi giri di parole, è esattamente come avveniva nel cinema di cinquant'anni fa dove si poteva avere la certezza che eventuali personaggi di colore sarebbero stati i primi a morire o in cui gli indiani erano rappresentanti come gente cattiva che si aveva il pieno diritto di uccidere.
Ma tutta l'ideologia della Filippi diviene evidente quando si lancia nel sostenere che i gay non debbano essere rappresentati come se fossero persone «normali», forse ben sapendo come la loro associazione si batta per cercare di propagandare l'idea opposta al fine di assicurare che gay e lesbiche restino vittime di discriminazioni e violenze basate su quell'ignoranza che cercano di inculcare nelle menti semplici dei loro lettori.

Non poteva mancare un passaggio volto a sostenere che la religione sia ciò che legittima la discriminazione e la violenza omofobica, in quel tentativo con cui il gruppo guidato da Toni Brandi cerca di sostenere che il cristianesimo e l'omosessualità non possano coesistere:

Insomma, attaccando e sparando a zero sulla religione e sulle società che non ritengono normale l’omosessualità. “Liberaci dal male”, è infatti il nome di una apposita sezione che ospiterà i film in concorso che trattano del rapporto tra religione ed omosessualità. Tra questi “Fair Heaven” di Kerstin Karlhuber, in anteprima italiana, che parla di un giovane gay costretto a curare la sua omosessualità in una clinica. Poi c’è il documentario “Oriented” sulla vita dei gay a Tel Aviv, dove l’omosessualità è malvista dalle famiglie e dalla società, o “Der Verurteilte” che racconta la storia di un condannato a morte per omosessualità in Medio Oriente.

Apprendiamo così che secondo ProVita sarebbe da ritenersi un attacco alla religione il lamentarsi se delle persone vengono uccise o torturate nel nome di Dio. Nero su bianco dicono che il cristianesimo è ciò che permette un genocidio, almeno secondo la loro visione.
Si noti anche come quelli che sono soliti scrivere tra violette il termine "nozze" se riferito ai gay, non hanno la medesima attenzione nel fare lo stesso quando qualcuno propone quella follia secondo cui l'omosessualità potrebbe essere "curata".

Nel finale si sfiora il ridicolo:

Sicuramente, poi si parlerà di diritti civili e unioni civili. L’obiettivo è sempre lo stesso infatti, fare accettare alla società il nuovo modello di “famiglia” omosessuale. Che non avrebbe nessuna differenza con quella eterosessuale. Ma perché allora, se non c’è nessuna differenza, creare un festival del cinema ad hoc?

Ovviamente qui i casi sono solo due: o la Filippi ha dei seri problemi nel portare a compatimento dei semplici ragionamenti, o la malafede dilaga nel fare certe dissertazioni.
Tutti i festival sono tematici ed è normale racchiudano pellicole destinate ad argomenti specifici, avviene quando si organizzano festival del fumetto o quando si creano rassegne monografiche. La necessità di racchiudere pellicole che hanno poca probabilità di poter raggiungere la grande distribuzione è ciò che rende importanti questi festival, altrimenti uno se ne andrebbe a vedere i film nel cinema sotto casa.
E se l'organizzazione di un festival a tema è motivo per ritenere che l'argomento sia "anormale", che potremmo dire dei festival cristiani o di tutte le manifestazioni che promuovono film ispirati a Gesù o a Dio? Secondo la Filippi, anche i cristiani devono essere considerati anormali è quel ragionamento è valido solo se permette di lanciare insulti verso minoranze a lei non gradite?

Interessante sarebbe anche capire cosa spinge questa gente a chiedere che qui film siano vitati. L'assenza di una rappresentazione del proprio vissuto è motivo di esclusione per migliaia di adolescenti gay, costretti a confrontarsi con messaggi in cui l'eterosessualità viene proposta come l'unico orientamento sessuale possibile.
Se prendiamo serie come "Chimica o fisica", troviamo come agli adolescenti vengano proposte le solite storie fra ragazzi e ragazze, ma come anche i gay si trovino ad essere rappresentati con alcuni personaggi in modo che non si sentano esclusi dalla società. Non a caso quella serie è stata censurata in italia proprio dai fondamentalisti cattolici, pronti a tutto perché i gay abbiano l'adolescenza più complicata e difficile che si possa avere. E la Filippi auspica proprio il male dei ragazzi nel chiedere che lei sia il metro di paragone dinnanzi a cui il mondo intero decida che cosa sia normale e che cosa non lo sia.

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