Bari. Rifiutato dai genitori, 18enne gay si suicida



Era appena tornato a casa in treno ma, al posto di imboccare la strada che l'avrebbe condotto alla casa dei genitori adottivi, il 18enne si è diretto versi i binari dell'alta velocità e si è gettato sotto un Frecciabianca diretto a Bari. Era martedì, poco prima della mezzanotte.
Il gesto era stato preannunciato, ma la richiesta di aiuto del giovane pare sia stata sottovalutata. Il 3 aprile scorso inviò un messaggio ad alcuni amici manifestando l'intenzione di suicidarsi. Pare si fosse rivolto anche ai servizi sociali e anche ai carabinieri per denunciare vari episodi di maltrattamento.
Ora che le indagini cono in corso, inquietanti sono le ipotesi dei motivi che l'avrebbero spinto all'estremo gesto. Tra gli amici e i conoscenti c'è chi sostiene che fosse vittima di episodi di bullismo e c'è chi riferisce che i genitori adottivi non avevano accettato il suo coming out. «So che viveva con naturalezza il rapporto affettivo con un ragazzo», racconta una sua ex insegnante.
La vita della vittima non è mai stata facile. È stato abbandonato in un orfanotrofio nel Paese d'origine per poi essere affidato ad una coppia barese all'età di 8 anni. Finite le scuole dell'obbligo, è stato iscritto ad un liceo anche se lui avrebbe voluto studiare le lingue. L'estate scorsa è scappato di casa per ottenere il cambio di scuola, riuscendo così a farsi iscrivere in un istituto che ha anche una sezione dove vengono inegnate anche altre lingue. Grazie a Facebook aveva ritrova la madre naturale e la sorella, le quali avrebbero accetto di incontralo. «Era felice», spiega l'insegnante con cui si confidava.
Ma è dai racconti dei compagni che emerge una storia inquietante. Agli amici intimi avrebbe mostrato fotografie in cui erano presenti segni di percosse sul volto e messaggi audio che testimoniavano il difficile rapporto con i genitori. In uno di questi file, in un momento di ira, i genitori gli avrebbero gridato che avrebbero dovuto prendere qualcun altro all'orfanotrofio.
Di recente la sua paghetta era stata ridotta a un solo euro a settimana. Agli amici spiegava che spesso i familiari si dimenticavano di apparecchiare la tavola anche per lui o di lavargli i vestiti.
Oggi i genitori sostengono che l'accaduto sia stato incidente provocato dalla distrazione del ragazzo, il quele non avrebbe sentito il treno per colpa della musica che stava ascoltando con le cuffiette. Saranno poi le indagini a far luce sulla reale dinamica, ma WhatsApp resta comunque l'evidenza di un eloquente scambio di messaggi intercorso tra la vittima e suo ragazzo poco prima della morte. Alle 23.26 della sera in cui il Frecciabianca gli ha tolto la vita, scrisse al ragazzo: «Cucciolo Ti amo Perdonami Ti amo». Dieci minuti dopo il fidanzato gli ha risposto in sequenza: «Ti amooo», «Perdonami», «Per cosa?». Cala il silenzio. Cinque minuti prima dalla mezzanotte un ultimo messaggio non otterrà mai risposta: «O Paolo ma che cazzo».

Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, parla di «una notizia terribile, un dolore immenso. Il racconto del contesto in cui è maturata la tragica volontà del giovane ci pone interrogativi molto seri. Innanzitutto sulla qualità della vita di un ragazzo di 18 anni come lui, in secondo luogo sulle sue disperate e reiterate richieste d'aiuto, esplicite e inconfondibili, che non sono state sufficienti a garantirgli il sostegno necessario. Siamo tutte e tutti interpellati se un adolescente omosessuale decide di togliersi la vita, perché quella vita difficile gliel'hanno cucita addosso gli altri, lui non c'entra. Lui è solo quello che a un certo punto sceglie di dire basta. Contro l'omofobia servirebbe una legge, certo, e ancora non l'abbiamo: giace mal scritta da centinaia di giorni al Senato. Ma contro l'omofobia, il razzismo, la xenofobia, il sessismo servirebbe anche un impegno diffuso, la responsabilizzazione di tutte e tutti. Perché un Paese migliore, in cui a un diciottenne non passi la voglia di vivere, ce lo dobbiamo costruire noi, innanzitutto. Poi però c'è anche un altro aspetto in questa vicenda, molto concreto, che deve interpellare le amministrazioni locali e il Governo: come si può non intercettare queste richieste d'aiuto? Quali lacune gravi ha un sistema di welfare che non riesce a intervenire e a incidere in questa parabola terribile? Lo Stato è ancora in grado di farsi carico davvero della salute e del benessere dei suoi cittadini? Oltre alle domande resta il dolore: di chi apprende questa storia, ma soprattutto di tutte le persone che hanno voluto bene a quel ragazzo e del compagno che lo ha amato: a loro ci stringiamo e mandiamo tutto il nostro affetto».
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