Chi finanzia ProVita?



Generalmente le onlus rendono pubblici i propri bilanci in modo che si possano verificare le loro attività e che si possa sapere in che modo sono stati spese le proprie donazioni. Ad esempio basta poco per poter spulciare il bilancio di realtà come Arcigay o di Medici senza frontiere, ma non quello di ProVita Onlus. Per quanto si cerchi in rete, non si trova nulla. Nemmeno un organigramma che possa rendere l'idea dell'entità organizzativa.
Quello che si trova facilmente, invece, è la pubblicità con cui chiedono soldi in cambio di omofobia e di denunce verso chiunque osi contrastare l'avanzata dell'integralismo. Ed è proprio in quel contesto che affermano:

I nostri amici sostenitori e gli abbonati alla rivista mensile Notizie ProVita ci danno un aiuto concreto, ma le spese superano sempre –e di molto– le entrate.

A qual punto verrebbe automatico domandarsi chi copra quel buco di bilancio. Peccato che ci voglia molto coraggio a dirsi soddisfatti della risposta proposta dal gruppo di Brandi:

Forse non sai, caro lettore, che qui in Redazione siamo tutti volontari: per mandare avanti il portale e la rivista, per pubblicare gli annunci sui giornali, per presentare le denunce che hanno raggiunto l’obiettivo di sollevare questioni, far riflettere e porre freno al dilagare del Male, ci autotassiamo.

Il tutto si conclude con un invito a donargli il 5×1000, sostenendo che quell'entrata sia «veramente preziosa» ai fini del bilancio.Perché tale affermazione risulti credibile, l'entità dell'entrata dovrebbe essere quantomeno significativa... ma giusto pochi giorni fa, l'Agenzia delle entrate ha pubblicato gli elenchi dei beneficiari dell'imposta 2014, ossia del primo anno in cui l'associazione di Brandi è stata inspiegabilmente riconosciuta come onlus con la conseguente possibilità di accedere a quei finanziamenti pubblici. Le preferenze a loro favore sono state solo 57, per un totale di 1.655 euro.
A quella cifra potremmo anche provare ad aggiungere le 27 preferenze espresse a favore dell'altra onlus di Toni Brandi e Francesca Romana Poleggi, la Logai Research Foundation Italia, ma anche in quel caso si è rimarrebbe comunque intorno ai mille euro anni incamerati a partire dal 2008.
Pur trattandosi di fondi pubblici che sarebbero potuti essere usati in maniera sicuramente più utile e proficua, quelle cifre non sarebbero mai bastate per finanziare l'acquisto di intere pagine di giornale o l'affinazione di manifesti omofobi per tutta Roma. E se quel mille euro vengono definiti «veramente preziosi» a fronte delle donazioni e della vendita di giornali, c'è da chiedersi chi abbia coperto il resto delle spese.
Un'associazione che denuncia chiunque osi avere un'opinione o una sensibilità diversa dalla loro deve necessariamente avere una grande liquidità, soprattutto se si considera come non sia mai giunta notizia di una sola causa legale che abbia vista la loro vittoria. L'ipotesi di utilizzare la via giudiziaria come mezzo di intimidazione non appare certo un'opzione ipotizzabile per chi non abbia le casse piene o per chi ricorre all'autofinanziamento di una qualche decina di persone!

L'associazione ProVita sostiene anche che 5×1000 non costi nulla perché «si tratta di denaro che viene sottratto ai contribuenti in ogni caso». In realtà non è esattamente così, dato che si tratta comunque di soldi statali che potrebbero essere destinati al bene comune: c'è differenza fra finanziare la ricerca contro il cancro o finanziare l'isteria verso «il gender» a fini politici. Ancor più se ciò che si sta creando di propagandare bollato dal Ministero come «una truffa culturale». E dato che di denaro pubblico si tratta, imbarazzante è che si possa nascondere l'uso che ne viene fatto.
Come sempre accade in questi casi, l'assenza di trasparenza porta a pensare male e spesso neppure così tanto a sproposito. In fondo qualcuno dovrà riempire quelle voragini finanziarie e non è da escludersi che chi ci metta i soldi possa anche chiedere qualcosa a proprio tornaconto. E chissà che la favoletta del «gender» non sia tata commissionata da qualcuno, il che potrebbe spiegare anche perché mai l'associazione non si sia occupata dei gay per anni prima di cimentarsi tutto d'un tratto in una offensiva così violenta.
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