Da ProVita nuove liste di proscrizione per chi non discrimina i gay



Non è semplice abituarsi al cinismo e al populismo con cui l'associazione ProVita spera di poter imporre la sua agenda politica. Ogni loro pagina è ricolma di insulti rivolti a gay e lesbiche o a chiunque non rientri in quella nuova razza che loro teorizzano sia basata sull'eterosessualità. Ed ovviamente ad essere vittima della loro costante macchina del fango è anche chi osa avere un'idea divergente dal loro pensiero unico.
È chiaro che Toni Brandi odi i gay ed è altrettanto evidente che la sua redazione non reputino che possano godere di diritti umani o rispetto. Ma la loro propaganda pare ora rivolta a sostenere che sia da ritenersi impossibile che qualcuno possa avere idee diverse dalle loro e che chi combatte l'omofobia non può che farlo per soldi.

L'affondo è contenuto in un articolo a firma della redazione, nella quale affermano:

I paladini dei “diritti” LGBTQIA(…) e strenui combattenti contro l’omofobia sembrano mossi da alti ideali di uguaglianza, non discriminazione, inclusività…
“Sembrano”.
Infatti, sono molte le società che si indignano per l’ omofobia di Governi federati, in USA, come quello del Mississippi, che hanno emanato norme a favore della libertà di coscienza (quindi norme contro la discriminazione di coloro che non condividono la “morale” LGBTQIA…), o come quello del North Carolina che ha emanato norme sulla libertà di allestire bagni per uomini e donne separati.
Queste società, di chiara fama internazionale, rifiutano o minacciano di rifiutare di fare i loro affari in quei contesti “omofobi”.
In Georgia, il ricatto ha funzionato, perché il Governatore Deal ha messo il veto sulla legge che avrebbe riconosciuto la libertà di coscienza e di religione.

La carne al fuoco è tanta. L'associazione sostiene che i gay non abbiano diritti, mentre la possibilità di non dover rispondere delle norme vigenti da parte di chi si dichiara cristiano sia da ritenersi tale. Si mette in discussione che i gay possano avere una morale, così come si spergiura che la discriminazione sia una «libertà religiosa». Ed ovviamente, a loro dire la discriminazione delle persone sulla base delle loro caratteristiche naturali non sarebbe omofobia, mentre è "cristianofobia" l'impedire che basti dirsi cristiani per poter impedire la vita in un'ottica in cui la religione debba conferire maggiori privilegi e minori diritti ad una parte della popolazione.

Si giunge così all'assurdo nell'asserire:

Tuttavia, molte delle dette aziende votate alla lotta all’omofobia, per l’inclusività, e per il rispetto dei diritti civili, fanno affari d’oro, fuori dagli USA, in Paesi che vantano record piuttosto negativi quanto a tutela dei diritti umani, in generale. Anche in luoghi dove, in particolare, l’omosessualità è addirittura reato passibile di condanna a morte: non c’è omofobia, là?

Una tale semplificazione ha del criminale. C'è una una bella differenza se il paese omofobo è quello in cui si vive o si abita e per gli americani avere leggi omofobe in casa propria risulta ovviamente insopportabile e motivo di prese di posizioni forti. Questo non vuol dire che non interessi cosa avviene altrove, significa solo esigere che una minoranza violenta non danneggi il proprio Paese. Siamo tutti responsabili dei politici che votiamo, ma forse questo concetto è troppo complesso per quelli di ProVita.
Non solo. Se davvero credessero a ciò che scrivono, come potrebbero spiegare il loro elemosinare soldi per propagandare l'omofobia anche se ci sono Paesi molto più gay-friendly dell'Italia. A questo punto, non dovrebbero prima preoccuparsi di portare l'omofobia là se la visione deve essere globale e se non fa alcuna differenza che si stia parlando del proprio Paese o di un altro.

La dualità nel giudizio non si limita a sostenere che i sedicenti cristiani debbano poter discriminare mentre la gente per vene non deve assolutamente poter mostrare la propria contrarietà a quella cultura della morte. Secondo ProVita, i gay che boicottano chi li discrimina devono essere indicati come «gaystapo», ma non chi danneggia chi osa non aderire al pensiero integralista. Ed è  così  che l'associazione di Brandi torna ancora una volta a cimentarsi in violente liste di proscrizione, atte ad indicare chi deve essere punito per un atteggiamento troppo rispettoso verso quelle persone a cui loro vorrebbero negare il diritto all'esistenza:

Ecco un elenco di 16 aziende che pubblicamente hanno attaccato le misure volte alla tutela della libertà religiosa (e alla libertà di WC) degli Stati federati summenzionati, in USA (dove il “no all’omofobia” rende bene), ma che contestualmente operano in modo felice e lucroso in Paesi dove l’omofobia è di casa (ma dove il “no omofobia” evidentemente non rende quattrini).
A tutte è stato chiesto un commento su tale contraddizione. Nessuna ha risposto.

1.
Unilever: il CEO di Unilever, Paul Polman ha twittato il suo No all’omofobia della Georgia, ma in Nord Africa e Medio Oriente ha impianti di produzione in Paesi come la Tunisia e l’Algeria, oppure in Vietnam: Paesi stigmatizzati pubblicamente dal rapporto 2015 dalla International LGBTI.

2.
Microsoft: il gigante tecnologico offre i suoi servigi alla potente censura su internet operata dalla dittatura in Cina, dove i diritti umani sono un’utopia e i “diritti” LGBT non sono neanche lontanamente pensabili. Human Rights Watch ha segnalato la cosa, Microsoft non ha risposto.

3.
Intel: idem come sopra.

4. Live Nation: ha annullato gli spettacoli di Springsteen e Adams negli Stati federati “omofobi”, ma ospita eventi e gestisce sedi in Paesi, tra cui gli Emirati Arabi dove i comportamenti omosessuali sono puniti severamente dal codice penale.

5. La
Weinstein Co., un grande studio cinematografico ha minacciato che non avrebbe mai più girato un film in Georgia, ma gira e produce “Shanghai”, in Cina; “No Escape” in Thailandia.

6.
AMC Networks Inc., produttrice della fortunata serie “The Walking Dead”, lavora in Russia, Paese “omofobo” per eccellenza.

7.
Time Warner: non avrebbe lavorato mai più in Georgia, ma a Singapore sì (un altro Paese che vieta penalmente l’attività omosessuale, secondo l’International LGBTI).

8. La
Walt Disney Co.: e la sua controllata Marvel Entertainment sono “aziende inclusive”, ma continuano ad espandersi in Cina, dove tra l’altro investono $ 5,5 miliardi per un parco a tema a Shanghai.

9.
General Electric Co., si dà da fare in Arabia Saudita, un Paese che criminalizza il comportamento omosessuale (nel 2014, un uomo saudita è stato condannato a tre anni di carcere e 450 frustate: aveva usato Twitter per organizzare incontri con uomini).

10. The
Coca-Cola Co.: nel 2006, gli impianti di imbottigliamento della Coca-Cola sono stati accusati di interferire con i problemi di irrigazione nelle regioni dell’India e America Latina che soffrono per scarsità d’acqua. Più di recente, la Coca-Cola è stata accusata di rifornirsi di zucchero beneficiando di espropri non etici. Il sito della Coca Cola, però elenca la bio-diversità, la tutela dei diritti delle popolazioni locali, la sostenibilità come valori fondamentali (oltre che “l’inclusività”). Anche essa ha levato vibrata protesta contro le leggi omofobe della Georgia ecc.

11.
PayPal addirittura è intervenuta nella polemica sulla legge per i bagni unisex. Ma PayPal continua a offrire servizi in Mauritania, Arabia Saudita, Yemen, Somalia , e in altri paesi dove l’omosessualità può essere punita con la pena di morte, e in Nigeria, dove comportamento omosessuale può essere punito con la fustigazione, la prigione, o la morte per lapidazione.

12.
Salesforce, una società di software, ha minacciato che avrebbe ridotto gli investimenti in Georgia. Ma Salesforce opera serenamente in India dove Human Rights Watch spiega che il codice penale ha rafforzato l’idea che la discriminazione e i maltrattamenti delle persone LGBT sono accettabili.

13.
Apple Inc.: protesta negli USA, ma produce in Cina e vende nei Paesi Arabi.

14. La
National Basketball Association (NBA): è preoccupata per l’omofobia in USA, ma organizza manifestazioni sportive in Sud Africa, dove il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha scritto in una relazione della sua preoccupazione per il razzismo e la xenofobia.

15.
Netflix, leader mondiale della TV via Internet, “è una società inclusiva”, ha detto. Ma offre i suoi servizi per esempio in Libia, la patria delle violazioni del diritto internazionale.

16. Sony: ha un ufficio in Kazakhstan , dove Amnesty International segnala che si pratica la tortura e dove le libertà di espressione, associazione e riunione pacifica sono limitate.

Insomma, è davvero una fatica barcamenarsi tra ideali e portafoglio, si sa. Ma alla fine, tutto sommato, conta di più il dio quattrino, ovvio.

L'assurdo articolo si conclude con un'uso del Dio cristiano come mezzo per chiedere soldi che possano finanziare le attività di propaganda d'odio di Brandi. Ma, si sa, il loro definirsi "cristiani" è quel mezzo per cui a loro spettano regole particolari e privilegi assoluti, altrimenti non si capirebbe perché possano chiedere soldi per sé stessi se esistono Paesi in cui c'è chi muore di fame. Forse il sostenere che i diritti non vadano difesi se c'è chi sta peggio è un obbligo riservato solo a chi non aderisce al pensiero unico e all'immunità che loro sostengono debba conseguirne.
E riguardo al dio quattrino, che dite di come brandi promettesse introiti pensionistici e pensioni rubate ai gay in cambio di donazioni e potere politico?

E se per divertirci dovessimo usare le loro stesse modalità comunicative, come potremmo non notare come loro usino Facebook nonostante abbia politiche sociali diametralmente opposte alle loro? Permetterà di avere traffico e fare guadagno, ma parrebbe un atto contrario alle loro regole?
Oppure perché hanno speso litri di inchiostro per insultare Banca Intesa dopo che ha concesso un permesso matrimoniale ad un dipendente gay, ma non si sono lamentati nell'averli come sponsor al meeting di CL? Forse conta di più il dio quattrino, ovvio.
3 commenti