ProVita e il suo elogio all'illegalità



L'elogio dell'illegalità e della violenza privata quale strumento per imporre con violenza la propria ideologia è il nuovo tormentone dell'associazione ProVita Onlus che, con preoccupante frequenza, invita i propri adepti a non rispettare la legge dello stato.
L'ennesimo attacco alla legalità è firmata dal solito Elia Buizza, autore di un articolo in cui sostiene che «l'obiezione di coscienza è rimasto l’unico spazio di libertà per l’Uomo che non intende piegarsi alle logiche eugenetiche e di controllo delle nascite della società contemporanea e alla cultura della morte. È l’ultimo ostacolo che si frappone alla realizzazione di quel totalitarismo a cui tanto aspirano, subdolamente, i paladini dell’ideologia abortista ed omosessualista».
La logica è semplice: si suggerisce che chiunque abbia il diritto di non rispettare qualunque legge non condivida, incurante dei diritti e delle libertà altrui. Ognuno deve essere un dittatore per il prossimo e deve poter imporre la propria ideologia in un clima da totalitarismo violento. Dicono infatti che «tale diritto è minato sotto più aspetti e, alla luce della recente approvazione della legge sulle unioni civili, che non prevede la possibilità di obiettare anche se disciplina una materia etica, si può tranquillamente affermare che i poteri forti hanno dichiarato guerra aperta all’obiezione di coscienza arrivando al punto di negarla integralmente».

L'articolo prova così a cercare facile populismo nel lamentare come la Regione Lazio abbia indetto un concorso per ostetrici e ginecologi che non si siano dichiarati obiettori di coscienza. Ovviamente quelli di ProVita non tollerano tutto ciò, dato che loro esigono che le donne siano obbligate a partorire a forza attraverso azioni che rendano inaccessibile quanto previsto dalla legge 194. la scelta altrui diviene un optional per chi sostiene di avere il diritto di poter scegliere per altri e di poter imporre la propria volontà anche nella totale ignoranza delle storie e dei pensieri che potrebbero spingere qualcun altro a compiere scelte differenti.
Si passa così al sostenere la legge non abbia alcun valore dinnanzi alla propria ideologia, asserendo che «una legge non può negare la realtà; la 194 legalizza l’omicidio. Ed è in quel sacro diritto all’obiezione di coscienza che si sprigiona tutta la forza della libertà dell’Uomo che non intende piegarsi alle menzogne del potere, che preferisce fare ciò che è giusto rispetto a ciò che è legale, ciò che si ha il dovere di fare rispetto a ciò che si ha il permesso di fare».
E chi mai dovrebbe decidere ciò che è giusto se non la legge? Chi dovrebbe avere il diritto di sancire che un'azione sia giusta anche se illegale? Ovviamente quelli di ProVita ostentano la loro perversione nel ritenersi gli unici in grado di decidere per tutti attraverso l'imposizione di un pensiero unico dettato dalla condanna di qualunque differenza o opinione non confacente alla propria ideologia, ma ciò li renderebbe dei tiranni incapaci di garantire la libertà individuale che ogni uomo ha il diritto di esercitare.
Per spiegare la follia delle loro tesi basta un semplice esempio: se qualcuno ritenesse «giusto» stuprare la moglie del signor Buizza, siamo certo che lui rinuncerebbe a chiedere il rispetto della legalità e la punizione di chi ha compito quel gesto? E allora perché mai dovrebbe essere «giusto» poter fare del male al prossimo se non si è disposti ad accettare le conseguenze di quella legittimazione della violenza?

Il finale è al limite del drammatico, dato che l'associazione ProVita pare non provare vergogna nel paragonare l'aborto alle unioni civili, asserendo che «il potere è attento, astuto, ed impara dai suoi errori: l’obiezione di coscienza non è stata dimenticata, ma è stata volutamente esclusa dalla neonata legge sulle unioni civili, che vuole obbligare i sindaci a disobbedire alla loro coscienza che, per sua natura, risponde al cuore dell’uomo e non al governo, e che, di conseguenza, trascende la legge, supera il Parlamento e resta in piedi tra le rovine».
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