Vincenzo Sofo: «I marò non tornano a casa perché non sono gay. La lobby lgbt governa il parlamento»




Non è certo passato inosservato il manifesto ingiurioso con cui il leghista Vincenzo Sofo spera di poter cavalcare l'omofobia a fini elettorali. Il candidati sindaco si è fatto immortalare su uno sfondo rosa che ricorda fin troppo i triangoli rosa con cui i nazisti marchiavano gay e lesbiche nei campi di sterminio. A coronare il tutto anche slogan imbarazzanti come «togliere il monopolio delle politiche sociali alla lobby lgbt» o «prima chi fa figli».
Chissà, forse è il caso di ricordare al leghista che il suo partito ha gestito le politiche sociali del Paese negli ultimi 25 anni e che il declino culturale ed economico può più facilmente essere imputato a loro che ad una fantomatica «lobby gay». Anche perché è grazie alla Lega se in Italia la legge sulle unioni civili sarà monca o se non si è neppure riuscito a far passare una norma che punisse la violenza omofobica.
A voler poi infierire, c'è anche da notare anche come questi slogan paiano una ammissione di incapacità da parte sua. «Prima chi fa figli», «prima il nord»... insomma, la premessa è che la politica si dichiara incapace di cambiare le cose e pare voler far promettere che favorirà qualcuno  discapito di qualcun altro perché non si hanno le competenze e la capacità di garantire diritti e benessere a tutti.

Il caso non è isolato e pare che l'omofobia del leghista e il suo odio verso le minoranze non sia una novità. Il 27 gennaio scorso è su Facebook che Sofo ha cavalcato il solito populismo nell'utilizzare i maro' come pretesto per scopi assai più omofonici, scrivendo:

Cari Marò, dichiaratevi coppia gay e vedrete che domani tornerete a casa.

Non pago di ciò, è dal suo sito internet che il 21 marzo scorso ha firmato un articolo intitolato "Il delitto Varani? Colpa dell'omofobia. Parola di lobby lgbt, quella che governa l'Italia».
Apprendiamo così che secondo il leghista che la fantomatica «lobby gay» non sarebbe altro che Gay.it e, evidentemente, la loro redazione viena da lui ritenuta alla guida del Paese. Scrive infatti:

Commentare i fatti di cronaca nera è una cosa che ho sempre ritenuto noiosissima. Fino a quando non mi sono imbattuto in un editoriale apparso su Gay.it sul delitto Varani a firma, niente di meno, del suo direttore.
Secondo Gay.it, come potrete leggere nel pezzo che ho pubblicato integralmente qui sotto, la colpa dell’omicidio che ha sconvolto tutta Italia è dell’omofobia. Sì, dell’OMOFOBIA. Perchè è vero che uno degli assassini era un gay, ma stava interiorizzando dell’omofobia; e l’altro degli assassini era un gay represso a causa del padre; e a pensarci bene la vittima voleva essere gay ma aveva gli amici omofobi.
Una tesi allucinante, distorta, strumentalizzata ad hoc. Una tesi che potrebbe essere liquidata come l’uscita fuori di senno di qualche matto che però in democrazia ha la libertà di esprimersi (perchè la democrazia concede la libertà di esprimersi, quando le conviene). Se non fosse che, ahi noi, non si tratta di matto ma di Lobby LGBT: quella che oggi governa il nostro Parlamento, i nostri media, la nostra opinione pubblica. Quella che detta l’agenda di governo a Renzi. Quella che sta decidendo il futuro del nostro Paese.
Serve una forza politica culturale e sociale in grado di fermare tutto ciò. Subito.

Insomma, sostiene che serva una forza politica che possa impedire ai gay di poter esprimere la loro opinione. Ma non solo, interessante è anche vedere un riassunto così sommario dell'opinione espressa, così come il suo sentirsi a proprio agio ad incolpare chiunque condivida lo stesso orientamento sessuale di De Giorgi di ogni sua opinione. È come se ci si sentisse legittimati a scendere in strada e urlare dietro al primo che passa perché a Catania un eterosessuale ha espresso un'opinione che non ci convince.

A spiegarci quale sia la tipologia di persona a cui questi messaggi sono rivolti è l'unico commento presente nella pagina, nel quale un tizio si lancia in frasi alla ProVita volte a sostenere che «la gay cultura eguaglia ciò che è differente, perché omologa intollerabilmente ciò che è creaturalmente diverso. La libertà di essere omosessuali e di definirsi anche gay è diventata una minaccia culturale, una prepotente minaccia di marketing che ora è approdata ai poteri forti». E dopo aver sostenuto che l'orientamento sessuale sia un fatto culturale e che si possa promuovere qualora non sia represso con l'omofobia, si arriva a sentenziare che l'omosessualità sia diventata «un’ideologia radicale che pretende di eguagliare ciò che è diverso e agisce in modo prepotente, minaccioso e totalitario, dipingendo le idee a loro opposte come “fanatiche e illegittime”, soffocando il dibattito, stabilendo arbitrariamente quali argomenti sono socialmente accettabili e quali no, criminalizzando di fatto il dissenso e delegittimando gli oppositori. Creando anche nuove parole prive di senso come “omofobia” per etichettare il dissenso e togliergli la parola, una perversione autoritaria della liberale difesa dei diritti».
Insomma, l'idea è che si possa dissentire dalla natura.Non ti piacciono biondi, allora è un tuo diritto chiedere che gli sia negato il diritto di sposarsi. Se non ami le lentiggini, puoi chiedere che siano criminalizzate. Ed ovviamente puoi anche sostenere che tu non capisci il senso delle parole anche se non ci vuole certo un genio per comprendere che l'omofobia non sia un'opinione perché c'è chi muore a causa di essa.
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