È mezzo secolo che le destre ripetono sempre gli stessi slogan contro i gay



È dall'archivio di WikiPink che è possibile consultare un articolo pubblicato nel settembre del 1969 da "Il Borghese", un periodico politico di destra che è stato pubblicato tra il 1950 e il 1993.
Nonostante siano passati quasi cinquant'anni da allora, è interessante notare come le paure e i pregiudizi sui cui la destra vuole fare leva siano sempre gli stessi. Ci anche gli stessi identici scenari ipotizzati dai vari Gandolfini o Brandi, quasi come per loro il mondo non fosse mai girato  e li avesse intrappolati in una bolla temporale restata a quegli anni.
Anche allora ci si lagnava se i gay osavano uscire dai ghetti in cui loro avrebbero voluti rinchiuderli, si sosteneva che avessero «colonizzato» il mondo dello spettacolo e li si accusava di voler far scattare una fantomatica «operazione vendetta» finalizzata a mettere in atto una «epurazione capovolta». Non solo, anche cinquant'anni dicevano che si sarebbe arrivato a «equiparare al matrimonio qualsiasi tipo di convivenza», in quel solito tono volto a sostenere che fosse un pezzo di carta a care una famiglia.
Insomma, pare un articolo che non ci troveremmo troppo a trovare pubblicato oggigiorno dall'associazione ProVita o da La Nuova bussola Quotidiana.

Di seguito l'articolo integrale pubblicato nel 1969:

Dieci anni or sono un settimanale a rotocalco riferiva, nella sua cronaca mondana, i nomi degli intervenuti a una festicciola romana tra «intellettuali». Scriveva tra l'altro: «si notava il vivacissimo scrittore anfibio Giorgio Profeti, in un gruppo di suoi giovani e graziosi ammiratori e discepoli». La settimana successiva, lo stesso settimanale pubblicava la seguente precisazione: «Signor Direttore, la invito, a norma delle legge sulla stampa, a precisare quanto segue: non sono scrittore e non sono anfibio. Sono, in realtà, poeta e omosessuale. Distinti saluti, Giorgio Profeti».
Sembrava un fatto da nulla, ma era il principio ufficiale di una nuova epoca. I «capovolti» scendevano apertamente in campo, reclamando il diritto e proclamando l'orgoglio di essere «così». Non era difficile comprendere i motivi e le origini di questa repentina voglia di buttare la maschera, anche da parte di personaggi che, sino al giorno prima, avevano attentamente cercato di nascondere la loro povera condizione umana. Essi si erano accorti, d'improvviso e con comprensibile soddisfazione, che in quasi tutti i punti chiave della nostra democrazia si stavano saldamente installando autorevolissime «sorelline». A parte il cinema e il teatro, loro tradizionali colonie, la TV si avviava a diventare una nuova e doviziosa terra di conquista; e il mondo politico, anche a ragguardevoli livelli, cominciava a ospitare e a reclamizzare i «sovrani» moderni, al cui fianco, discretamente ma ineluttabilmente, si mettevano in luce le loro «favorite», le Pompadour democratiche che si chiamavano Spartaco e facevano gli autisti.
Dopo quei primi passi, tutto si è svolto in fretta. L'omosessualità, per tacito patto, non costituisce più «peccato», ed è anzi garanzia di successo e di popolarità. I più reclamizzati e impudenti esemplari della categoria sono presenti in quasi tutte le manifestazioni artistiche, mondane o politiche. Hanno già in mano una grossa fetta di potere e guardano con fiducia all'avvenire: un giorno o l'altro, chiederanno anche per l'Italia le «giuste leggi» che stanno per essere varate in Danimarca e in Svezia, destinate a equiparare al matrimonio «qualsiasi tipo di convivenza», anche tra uomini, anche tra donne, anche tra fratelli o sorelle. Si tratta soltanto di avere pazienza. Prima o poi i «capovolti» di tutto il mondo, saldamente uniti nella loro «crociata» contro i pregiudizi e le ingiustizie sociali, riusciranno a vincere le resistenze degli ultimi stravaganti ancora disposti a giurare sulla bellezza degli amori e delle famiglie normali.
Questo clima si avverte già, distintamente, nel «Dossier sull'omosessualità» che Plexus ha pubblicato nel suo numero del luglio scorso e nel quale sono contenute le opinioni di molti famosi e celebrati omosessuali. Come era facile prevedere, si è superata in fretta la fase della richiesta di giustizia per i poveri pederasti oppressi e incompresi. Siamo già alla seconda tappa, quella in cui l'«internazionale delle sorelline» comincia a far capire come sia logico, giusto e bello appartenere a quella schiera illuminata. Presto, scatterà l'«operazione vendetta» e si metterà in moto l'«epurazione capovolta», con gravi punizioni per gli eventuali superstiti perdutamente incapaci di tradire la propria donna con il figlio del portiere. Tra le molte personalità francesi che hanno risposto all'inchiesta di Plexus, i più eloquenti e convinti si sono rivelati, com'è ormai consuetudine, uno scrittore «impegnato», un «militante della sinistra rivoluzionaria», e, fatalmente, un «prete progressista». Sulle loro dichiarazioni conviene meditare : sono la sintesi dell'avvenire che ci attende, anche in Italia, se non riusciremo a difenderci per tempo.

A farci comprendere come tutti quei discorsi fossero prettamente ideologici è l'evidenza di come sia passato mezzo secolo senza che si sia arrivati a garantire la piena parità di diritti, anche grazie a gente che non ha neanche la fantasia di inventarsi nuove argomentazioni nel cercare a scopo politico la paura della gente. Grave, però, è anche il constatare che ci siano persone che non si sono ancora stufate di sentir gridare «Al lupo! Al lupo!».
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