La Corte europea condanna l'Italia per aver negato il ricongiungimento ad coppia gay



La Corte europea dei diritti dell'uomo ha nuovamente condannato l'Italia a causa delle disparità di trattamento che vengono riservate a gay e lesbiche. Nel caso specifico, l'Italia dovrà risarcire i danni morali provocati dall'aver negato il ricongiungimento familiare a una coppia gay.
Ad aver intentato la causa è una coppia che, aver vissuto in Nuova Zelanda fino al dicembre 2003, ha deciso di trasferirsi in Italia. Il cittadino neozelandese è arrivato con un permesso di studio temporaneo e ha chiesto successivamente un permesso di studio per motivi familiari, ma tale richiesta è stata negata dalle autorità di Livorno perché dicevano che due gay non potessero soddisfare i criteri previsti. Nel 2005 il tribunale civile di Firenze aveva dato loro ragione, ma il ministero degli Interni era ricorso in appello e la Cassazione. Qui i giudici si erano appellati all'articolo 29 del decreto legislativo 286 del 1998, nel quale il concetto di "familiare" viene limitato solo agli sposi e i figli minorenni.
La Corte Europea tale decisione è una palese violazione degli articoli 14 e 8 della Convenzione europea dei diritti umani: il primo proibisce la discriminazione, il secondo sancisce il diritto al rispetto per la vita familiare e privata. Secondo i giudici, «l'interpretazione restrittiva della nozione di famiglia costituisce, per le coppie omosessuali, un ostacolo insuperabile per l'ottenimento del permesso di soggiorno per motivi familiari» senza tener conto »della situazione specifica dei richiedenti e in particolare della loro impossibilità di ottenere una forma legale di riconoscimento della loro relazione in Italia». In altre parole, il fatto che l'Italia neghi l'accesso al matrimonio non può essere una scusa per negare alcuni diritti ad una parte dei cittadini.

Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, commenta sarcastico: «Se fossimo nelle scuole di una volta, l'Italia sarebbe costretta a portare le orecchie d'asino. La Corte europea punta nuovamente il dito contro le pratiche discriminatorie che le stesse istituzioni italiane mettono in campo nei confronti delle persone lgbt. Nel caso specifico lo Stato italiano negava a McCall, cittadino extracomunitario, il permesso di soggiorno, nonostante fosse evidente e dimostrato il legame familiare con il compagno italiano. Una discriminazione odiosa, perché rimproverava ai due uomini l'assenza di un vincolo matrimoniale, senza farsi carico del fatto che proprio in Italia l'istituto del matrimonio fosse loro precluso. E lo è tuttora: il Parlamento ha approvato una legge sulle unioni civili, nella forma e nella sostanza diversa dal matrimonio egualitario. Tuttavia ancora oggi attendiamo i decreti attuativi che renderanno quel diritto concretamente fruibile. Siamo quindi sospesi in un limbo paradossale, con una legge approvata che però non può essere applicata. Tocca al Governo allora completare l'opera e farlo rapidamente, nella consapevolezza che a quella legge stanno appesi i destini di persone che hanno innanzitutto il diritto e in alcuni casi anche il bisogno concreto di formalizzare le loro relazioni. Da questo punto di vista l'ennesima bacchettata della Cedu, seppur riferita a una vicenda di diversi anni fa, si rivela assolutamente tempestiva: in essa la politica deve leggere l'urgenza di produrre, a partite dalla norma approvata, una ricaduta concreta e positiva nella vita delle persone lgbt. Il tempo dell'attesa, adesso, deve finire».
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