L'arcivescovo emerito di Torino: «La presenza del sindaco Appendino al Pride è una mancanza di rispetto verso i cattolici»



La partecipazione del sindaco di Torino al gay Pride sarebbe è da ritenersi «una plateale mancanza di stile e di rispetto verso i cattolici di Torino e chi non condividere quelle scelte, specie per chi non gradisce la manifestazione. Una volta eletta sindaco, lei lo è di tutti i tornesi, inclusi coloro che non vogliono il Gay Pride. Se ci vuole andare, è padronissima e nessuno lo può impedire, ma lo faccia titolo privato senza la fascia tricolore, che la impegna come primo cittadino». Lo afferma dalle pagine della Fede Quotidiana l'arcivescovo emerito di Torino, il cardinale Severino Poletto.
In poche righe siamo dinnanzi ad una tale sfilza di affermazioni ideologiche da pensare che probabilmente anche Hitler sarebbe arrossito dinnanzi a tale ostentazione d'odio. Il sedicente cattolico afferma che i diritti civili garantiti dalla Costituzione siano un'offesa verso quei sedicenti «cattolici» che si oppongono all'esistenza dei gay. Afferma che i gay avrebbero «scelto» di essere tali e che sia lecito «non essere d'accordo» sul fatto che possano esistere. Ma, soprattutto, si lancia nel chiedere che i gay siano abbandonati dalle istituzioni dato che i politici devono occuparsi solo ed esclusivamente di garantire privilegi alla sua chiesa, a pagare con i soldi i loro conto e presenziare alle loro manifestazioni.

Premesso quanto lui si consideri più ariano e meritevole di diritti, l'uomo passa a sostenere che lui non tollera che l'amore fra due persone possa avere un qualche riconoscimento giuridico, perché «da cattolico e da vescovo come posso approvare? La Costituzione della Repubblica è molto chiara, il Vangelo anche».
Al solito non viene data spiegazione del punto in cui la nostra Costituzione sosterrebbe che la Repubblica si basa sulla ferocia di chi si autoproclama superiore, così come neppure nei Vangeli è facile trovare il passaggio in cui Gesù invita i suoi discepoli ad odiare il prossimo loro per impedirgli di poter vivere secondo il volere di Dio.
Di fatto la nostra Costituzione appare molto chiara nel dire che la Repubblica «riconosce» il «matrimonio naturale». E cosa c'è di più naturale di due persone che si incontrano, si amano e decidono di condividere insieme il resto della loro vita? In che modo la sua attrazione sessuale verso le sue parrocchiane dovrebbe rendere meno naturale e meritevole l'amore altrui?
L'uomo si agiterà anche tanto nel suo sostenere che «la famiglia è solo quella di uomo e donna, le convivenze etero e quelle omosessuali non possono accampare questo nome e titolo e non sono assimilabili alla famiglia naturale». Peccato che al sua opinione non valga nulla, proprio meno di zero. Che lui voglia o no, lo stato è obbligato a «riconoscere» le famiglie e non certo ad imporre distinguo fascisti solo perché una persona che ha scelto un'astinenza contro natura vuole decidere che significato debbano avere le parole. Magari a lui non piacerà l'opera di Dio, ma se Dio ha creato anche l'amore omosessuale, lo stato deve riconoscerlo. Punto.

La disinformazione su cui si basano i rantoli dell'arcivescovo vengono sottolineati quando l'intervistatore cerca di chiedergli di fare un po' di campagna elettorale a favore del partito di Mario Adinolfi. Ed è lì che prelato si lancia nell'affermare che «non conosco questa formazione» ma «questa iniziativa mi sembra positiva e valida». Praticamente siamo dinnanzi ad un uomo che invita a votare qualcuno che non conosce solo perché odia i gay.
Ma il suo intervento politico non si esaurisce lì, perché dinnanzi ad una rinomina inclusiva dell'assessorato alle famiglie, il prelato afferma anche: «Quel mutamento di nome va sia contro la Costituzione che contro la legge naturale e di Dio». Al solito, non è dato di sapere a quel Costituzione faccia riferimento, così come non p chiaro perché mai voglia ridefinire le regole di Dio solo perché a lui non piace ciò che ha creato.

Sul finale si arriva al patetico, con il vescovo omofobo che si affretta a sostenere che la Chiesa non deve certo scusarsi con i gay per la persecuzione subita: «Non mi sembra che  [la Chiesa] abbia mai perseguitato gli omosessuali, a dirla tutta, chi li perseguita o peggio uccide, sono i regimi islamici. Magari chiedano perdono loro. Certamente gli omosessuali vanno trattati con misericordia e delicatezza senza discriminazioni, ma non possiamo tacere la verità e dunque dobbiamo dire che gli atti omosessuali sono gravemente peccaminosi, a livello oggettivo».
Dinnanzi a questi insulti, c'è da chiedersi se il sedicente vescovo abbia mai letto il Vangelo o se lo abbia confuso con il Mein kampf. Così come forse varrebbe ricordagli quanti ragazzi gay sono stati abbandonati o uccisi dall'integralismo cristiano grazie a quei prelati che legittimano l'odio che lui stesso si sta premunendo di legittimare. Al solito, nel nome di Dio
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