Nel nuovo libro di Chiara Atzori, la solita cozzaglia di vecchi slogan integralisti



È La solita Bussola Quotidiana a promuovere il libro della solita Chiara Atzori, in quel circolo vizioso in cui sono sempre gli stessi volti ad impegnarsi giorno e notte per cercare di alimentare odio e disinformazione contro i gay. La signora Azori è un'infettivologa che ha curato la prefazione italiana ai testi sulla "cura" dell'omosessualità di Joseph Nicolosi, collabora con il gruppo Chaire (un gruppo di cristiani che dicono di poter "rendere" eterosessuali i gay) ed è stata tirata in causa spesso e volentieri da Cascioli attraverso articoli volti a far percepire l'omosessualità come un problema se non direttamente come una malattia. Ha spesso collaborato con Alleanza Cattolica, così come è da oltre un decennio che diffonde fantomatiche "testimonianze" di persone che grazie a Dio sarebbero "uscite" dalla loro «condizione omosessuale» (nel caso specifico, la pagina è presa dal Narth Italia, ossia dall'Associazione nazionale per la ricerca e terapia dell'omosessualità fondata da Nicolosi).  Nel 2008 creò molte polemiche per essere andata a Radio Maria a sostenere che la «normalizzazione» dell'omosessualità fosse la causa della diffusione dell'HIV.

Forse mossa dalla sua ossessione contro i gay, la donna ha recentemente scritto un libro intitolato "Gendercrazia, nuova utopia. Uomo e donna al bivio tra relazione o disintegrazione". Se viene automatico domandarsi perché mai bisognerebbe parlare di un'opera così insignificante, la risposta è nell'occasione che si offre nel sottolineare come la Atzori non esponga concetti ma slogan. Non c'è alcun pensiero, ma solo la ripetizione di frasi già sentite. La sua intera intervista potrebbe tranquillamente essere un copia-incolla di qualcosa di già sentito dalla bocca di Adinolfi o di Amato.
E purtroppo il tema non è il sostenere che si sia dinnanzi ad un qualche plagio. Il tema è osservare come l'integralismo stia creando una realtà parallela che viene ripetuta parola per parola in modo tale da cercare di farla diventare vera nella mente dei loro adepti attraverso la sua continua ripetizione. C'è tutto: ci sono gli slogan su Orwell di Adinolfi, c'è la "scelta" del sesso di Amato, c'è la "cura" dell'omosessualità di Brandi... slogan ripetuti tali e quali in modo che possano diventare quai concetti familiari alle orecchie di un pubblico ormai indottrinato.

L'incipit è il solito sostenere l'esistenza di un grande complotto. E non è certo un caso: serve che la gente abbia paura per assicurarsi la loro sudditanza, un po' come chi il pizzo perché ha paura che qualcuno possa bruciargli il negozio. Se non ci fosse la paura, perché mai bisognerebbe pagare o perché mai qualcuno dovrebbe preoccuparsi se due gay si amino? Solo presentandoli come una "minacci" la folla prenderà forconi e torce per cercare di linciarli.
Ma non solo. Il complotto è anche una formula utile per dire alla gente che non devono ascoltare nessun altro, devono affidarsi al Cascioli o al Brandi di turno senza mai curarsi di ciò che avviene attorno a loro. Anche negli attacchi militari il tentare di fermare l'informazione libera è una priorità.

Dice così la Atzori:

Gendercrazia è un neologismo che mi sono permessa di utilizzare perché raccoglie in sé questa parola (gender) oggi negata, ma che in realtà permea tutta la “cultura” in cui siamo immersi, dalla televisione, ai giornali, al cinema e soprattutto Internet. I colossi del potere mediatico e finanziario come Apple, Facebook, Google, Microsoft da tempo sostengono il gender mainstreaming, cioè la visione secondo cui la sessualità binaria (maschio-femmina, uomo-donna) sarebbe superata e da sostituire con quella molteplicità di generi che non sarebbero più due, ma addirittura 72, secondo l’ultima classificazione. Parlo di utopia perché è una visione sganciata dalla scienza, dall’ecologia, elaborata per lo più da una ristretta accademia di stampo ateo, materialista, femminista radicale e omosessualista: un gruppo minoritario ma economicamente potente e ben supportato, che in pochi decenni è stato in grado di introdurre e imporre gradualmente questa ideologia nelle più diverse discipline (dalla filosofia alla psichiatria, dall’educazione alla sociologia di massa e all’economia). La pericolosità sta nel fatto che dichiarandosi “inesistente” ed essendo sconosciuto al grande pubblico, il gender non è chiaramente identificabile come potevano essere i totalitarismi del passato (comunismo e nazionalsocialismo), politicamente definiti.

Ripetendo la lezione a memoria, la donna sostiene che l'identità di genere sarebbe frutto dio John Money. Dice che «rispetto alla formazione dell’identità sessuata teorizzava la preponderanza degli aspetti culturali-educativi (identità di genere) a discapito di quelli biologici (identità sessuale)» e si racconta la solita storiella:

Il suo nome è legato soprattutto al caso dei gemelli maschi Reimer, di cui uno –a seguito di una maldestra operazione di circoncisione che gli causò la perdita del pene dopo pochi mesi di vita– venne cresciuto come una “bambina” proprio su indicazione di Money, che per anni propagandò l’inesistente successo del suo esperimento quale prova dell’evidenza “scientifica” della sua teoria del genere come qualcosa di sganciabile dal sesso biologico. Fu un falso storico e scientifico smascherato solo dopo decenni, nonché un dramma per Reimer, che non si identificò mai nel sesso femminile e morì suicida.

Per credere a questa versione bisognerebbe prendere per buona l'ipotesi che nulla si sia mosso negli ultimi settantanni e che si sia restati ferme a quelle teorie. La Atzori non dice che Money venne screditato per alcune sue tesi, anche se ciò non significa che lo studio di un'intera branca dovesse essere abbandonato a fronte di un esperimento che finì male. Anche il metodo di Bella si è rivelato un fallimento nella cura del cancro, ma non per questo il cancro non esiste o nessuna delle sue teorie deve essere presa per buona.
Anzi. A ben guardare, l'esperimento di Money ci mostra chiaramente come il tentare di far vivere una sessualità diversa da quella naturale non funzioni, eppure a sostenere tale fesseria è proprio chi dice che un omosessuale possa variare il suo orientamento sessuale a proprio piacimento per diventare come la Atzori sostiene debba essere o chi dice che una persona debba rigettare la sua identità di genere nel nome del dato biologico. È la forzatura di chi vuole plasmare il prossimo sulla base della propria ideologia a fare del male, non certo quell'accettazione di sé che il gruppo Claire tenta di tramutare in una forma di disprezzo basato (spesso abusando anche di fantomatiche argomentazioni religiose volte a creare repulsione per spingere le loro vittime a rifiutare sé stessi al solo fine di compiacere i loro carnefici).

La Azori passa poi a sostenere che il dato biologico debba determinare anche l'identità di genere, tornando a sostenere le solite bufale sul fatto che i transessuali "sceglierebbero" di esserlo o che i gay si siano seduti a tavolino per decidere che volevano essere tali:

Il concetto di corpo come dono riconosce un’evidenza: non si “sceglie” a quale sesso appartenere, ma si riceve dal patrimonio genetico e dalle interazioni anche prenatali il “pacco dono” da cui partirà l’interazione sensoriale, emozionale e poi cognitiva, che porterà alla consapevolezza di “essere” sessuati. La stessa psicanalisi sottolinea come la sessuazione psichica avviene proprio perché “appoggiata” a un corpo, e che questo corpo è in relazione dall’inizio del suo esistere, non solo come unione di spermatozoo e ovulo (cellule irriducibilmente legate a un corpo rispettivamente maschile e femminile) ma anche come “circoncisione simbolica di ogni essere umano”, testimoniata dalla presenza dell’ombelico.

Forse qualcuno dovrebbe informala che anche gay e transessuali hanno un ombelico. Ma il fatto che la Azori abbia teorie tutte sue appare ancor più evidente quando si lancia nel sostenere:

Da un lato, l’attivismo omosessualista considera l’orientamento gay o lesbico come innato, “ontologico”, “identitario” (maschi attratti da maschi, femmine da femmine); dall’altro, le stesse voci si uniscono, senza coglierne l’illogicità, al coro della “fluidità” del genere, alla frontiera del queer, del questioning, dell’indistinto e del fluttuante. Banalmente, una persona ragionevole dovrebbe domandarsi: se l’identità di genere è così fluida e fluttuante, potrà l’orientamento essere immutabile o intoccabile?

Forse anche qui bisognerebbe informarla che identità di genere ed orientamento sessuale sono due cose distinte, nonostante lei ne parli come se si trattasse di sinonimi. Ma purtroppo sappiamo bene come la confusione sia una delle modalità con cui l'integralismo cerca di ottenere la ragione.
Facciamo un esempio. Se si indica un'incudine e si dice che quello è un uovo, poi sarà facile deridere chi dei che un uovo si rompe facilmente. Anzi, si potrà anche far cadere l'incudine per dire: «Visto che abbiamo dimostrato che l'uovo non si è rotto?». Peccato che quella sia un'incudine e non un uovo.
Ma è alla stessa maniera che si cerca di confondere i concetti, in modo tale da poterli deridere attraverso ascoltatori che ormai non hanno più alcuna idea di che cosa significano realmente le parole che vengono dette loro. Non c'è differenza fra stepchild ed adozione, unioni civili e matrimonio vengono confusi, orientamento sessuale e identità di genere sono usati come sinonimi... insomma, si cambia il senso alle parole a scopo meramente propagandistico. E questo a partire da quel "gender" che non può essere confutato dato che nessuno l'ha mai teorizzato (sarebbe come confutare la teoria di Lupo Ezechiele: peccato che e nessuno l'abbia mai formulata e quindi non si sa bene neppure che cosa si debba confutare).

Rispolverano altri tormentoni di Amato e Adinolfi, dice poi:

Come in 1984 di Orwell la neolingua era la modalità per l’esercizio dell’ideologia, così oggi il continuo e martellante diffondersi di neologismi ambigui sul tema della sessualità, della famiglia, della filiazione (su cui viene richiesto dall’alto l’adeguamento generale) crea le condizioni ideali per agire sulle persone non informate adeguatamente o magari semplicemente insicure. Lo psicoreato gender (pensare diversamente dal gender mainstreaming) è qualcosa che già esiste, anche se viene chiamato con termini più inquietanti come “omofobia” o “discorso dell’odio”. Non per niente, per i giornalisti sono già state create dal gruppo di lavoro Lgbt (secondo la “Strategia nazionale” appoggiata dall’Unar) le linee guida per la corretta trattazione terminologica dei temi gender sensibili. Qualcosa che ricorda il MinCulPop di fascista memoria e d’altra parte si allinea al concetto gramsciano di egemonia culturale. Se si domina la cultura, si domina e si controlla il linguaggio, si detiene e si mantiene il potere, come tristemente ci hanno insegnato i totalitarismi del passato. La gendercrazia è un totalitarismo “soft”, ma non meno attento al tema dell’egemonia culturale e linguistica: e ciò è chiarissimo nei programmi scolastici e nelle modalità di revisione dei testi scolastici in chiave gender.

Forse la signora Atzori avrà studiato storia su dei libri diversi dai nostri, ma appare buffo sostenere che il MinCulPop distribuisse libretti in cui si davano suggerimenti su come non mancare di rispetto alle persone lgbt. Tra le indicazioni si spiegava come per i transessuali fosse giusti usare il genere di transizione, ma questo per impedire che un giornalista potesse involontariamente mancare di rispetto a qualcuno.
Non ci sarebbe da meravigliarsi che lei gradisca vedere la gente che pala al maschile di una transessuale, ma è sempre lei chi si mostra totalitaria nel voler impedire che qualcuno possa informare i giornalisti sulla corretta comunicazione.
E si badi bene che questa gente fa facile vittimismo, ma le regole le conoscono bene. Perché quando parlano al maschile delle transessuali e usano il femminile per i gay, sanno molto bene che stanno deliberatamente offendendo entrambi.

Il finale appare quasi un inno all'occultino, attribuendo significati magici ai simboli geometrici manco si fosse ancora ai tempi degli Aztechi. Dice la Atzori:

La bellezza della triade uomo-donna-bambino, ossia quell’incontro della differenza grazie a cui si genera e si accudisce insieme il figlio, è fortemente oscurata, sia a livello simbolico che come fonte di responsabilità e impegno, a favore di una visione edonistica, ricreativa e individualistica della sessualità, intesa come godimento personale, soddisfacimento dei propri bisogni e non apertura all'altro e alla vita.

Per farla breve, sostiene che i gay siano persone brutte e cattive perché seguono la propria natura anziché fare figli. E la colpa sarebbe di quelle femministe che non riducono la donna ad un oggetto che deve limitarsi a sfornare prole e occuparsi di cambiare pannolini sporchi mentre l'uomo si disinteressa ai figli:

Esperti come Claudio Risè, Massimo Recalcati e Giancarlo Ricci hanno fatto notare come dalla rivoluzione sessuale del 1968 il depotenziamento del concetto di autorità è andato di pari passo con la deflagrazione di ogni figura maschile positiva, necessario limite simbolico alla simbiosi madre-bimbo ma anche protettiva cornice della famiglia. La figura paterna è stata la prima a fare le spese di questo mutismo mediatico. Oggi, anche la figura della madre è in crisi, in quanto femminismi, pari opportunità e carrierismi vari hanno per decenni invocato una parità che in realtà è diventata mascolinizzazione della donna, pretesa di equiparazione economica ma infine distruzione della peculiare e preziosa prerogativa della donna di potere essere colei che accudisce e fa crescere dentro di sé la vita che germoglia.

Se davvero la Atori credesse in ciò che dice, perché mai va in giro a rompere l'anima ai gay al posto di stare a casa a lavare mutande sporche al marito e occuparsi dei bambini? Non dice forse che il fare la mamma debba essere l'unica aspirazione che una donna deve avere?  Non sarà forse che neppure lei crede a ciò che scrive, ma lo dice solo per conformarsi al pensiero unico omofobo e maschilista che anima l'integralismo?
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