Anche a San Marino è il mondo cattolico l'ostacolo che impedisce dignità per gay e lebiche



L'assenza di una legge sulle unioni civili si fa sentire anche a San Marino, dove è la televisione di stato a raccogliere l'appello di una ragazza che vorrebbe potersi costruire una vita con la propria compagna italiana nel Paese dove è nata e cresciuta.
E se a pochi chilometri di distanza la legge Cirinnà è stata applicata a Rimini il 19 agosto e a Riccione il 1° settembre, a San Marino non c'è alcuna tutela al punto che la ragazza ha chiesto di non essere ripresa per timore di ripercussioni dinnanzi ad uno stato da cui non si sente tutelata.
A privarla da una vita felice è il solito mondo cattolico, anche a San marino in prima fila nel chiedere che le unioni di gay e lesbiche valgano meno di quelle eterosessuali. Gli slogan sono sempre gli stessi: Adolfo Morganti, presidente della Fondazione Paneuropea Sammarinese, dice che l'unica cosa importante è impedire che le coppie gay siano riconosciute come coppie, suggerendo che i loro rapporti siano relegati ad un semplice piani civilistico che neghi loro pari dignità e qualunque vero diritto. Nel mito dell'eterosessualità quale diritto di nascita che deve conferire maggiori diritti assimilabili a quelli che i nazisti assegnavano alla "razza ariana", Morganti non pare avere neppur molta fantasia nel cercare di trovare "argomentazioni" al suo pregiudizio ed è ripetendo a pappagallo i soliti formulari che è andato in televisione a dire che con «l'introduzione del nuovo modello di unione si rischia di arrivare al fenomeno dell'utero in affitto».
Vien da sé che unendo cause ed effetti non direttamente collegati, allora potremmo dire di tutto. Magari potremmo persino sostenere che sia colpa dei matrimoni eterosessuali se alcune donne abortiscono, motivo per cui sarebbe saggio proibirli.
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