Mario Adinolfi minaccia ritorsioni in diretta televisiva per chiedere esecuzioni sommarie



Non è la prima volta che Mario Adinolfi se la prende con una pagina Facebook chiamata "Welcome to favelas". Lo scorso agosto andò da Il Giornale per accusare di stalking gli autori di quella pagina, sostenendo avessero pubblicato fotografie tali da averlo spinto al suo (falso) abbandono dei social network. Le verifiche effettuate da Next Quotidiano mostrarono però una realtà assai diversa, documentando come tutte le prove mostrassero l'infondatezza delle accuse con cui il leader ultracattolico esigeva la chiusura della pagina.
Ora pare che Adinolfi sia tornato alla carica, questa volta strumentalizzando il suicidio di una ragazza. Sui social Adinolfi dice che è solo grazie a lui se alcuni post che la riguardavano sono stati rimossi da Internet. Eppure, anche in questo caso, basta osservare cosa scrive Il Fatto Quotidiano per avere dubbi al riguardo:

La scorsa settimana un giudice, su richiesta dei legali della ragazza, ha ordinato di rimuovere i contenuti su Tiziana a Facebook, Google, Yahoo e YouTube e a due giornali online che avevano anche ripreso i suoi video. In seguito alla notizia della sentenza nei giorni successivi centinaia tra siti e testate online hanno cancellato quello che in quella primavera avevano scritto. Ieri notte poi, dopo la morte della giovane donna, da internet sono sparite altre centinaia di migliaia di pagine.

A meno che Adinolfi non si sia travestito da giudice per emettere quell'ordinanza, non si capisce in che modo possa attribuirsi responsabilità per la rimozione di quelle pagine, così come appare interessante notare come a fronte di «migliaia di pagine» lui ne citi solo una (casualmente proprio quella che lui voleva far chiudere già ad agosto).
Ma è su Facebook che Adinolfi ha dato il peggio di sé. Senza voler entrare nel dettaglio della vicenda (qui si sta solo osservando l'atteggiamento del leader integralista senza giudizi di merito sul caso della ragazza o sui contenuti della pagina), quello stesso uomo che va in giro a sostenere che i gay si suicidino perché malati di mente e non perché vittima di quelle persecuzione che lui promuove è poi lo stesso uomo che si lancia in accuse violente e processi mediatici atti a colpire i suoi nemici. Scrive:

Grazie al nostro intervento Welcome to favelas ha rimosso il post di insulti verso Tiziana Cantone pubblicato subito dopo il suo suicidio. Gli assassini cominciano ad avere paura e adesso li andiamo a prendere, uno per uno. Intanto, almeno un primo risultato in difesa della memoria di una povera donna che si è appena tolta la vita a causa del massacro sui social network su pagine vergognose come quella. Grazie a chi durante la diretta di Stampa e Vangelo ha segnalato quel post orribile. Facebook provveda a chiudere quella pagina dell'orrore. Dirò i nomi degli admin tra poco in diretta a Canale 5 affinché anche la magistratura non possa ignorare la notizia di reato per istigazione al suicidio.

Siamo dinnanzi a posizioni gravi. Non solo Adinolfi minaccia di andare in giro con torce e forconi per accusare di omicidio i suoi nemici, ma si atteggia come un bullo nel sostenere che il suo andare in televisione debba permettergli di lanciare condanne mediatiche contro i suoi nemici di sempre. Un atteggiamento violento e intimidatorio che nega le più basilari le garanzie Costituzionali. Perché se davvero Adinolfi fosse convinto di avere prove contro qualcuno, allora sarebbe il caso che le fornisca alla Procura in modo che le indagini possano accertare i fatti, non certo minacciare di lanciare condanne televisive contro persone assenti che non potranno manco spiegare le proprie ragioni.
E lo ribadiamo. Qui non è in discussione ciò che è accaduto o i contenuti di una pagina, qui è in discussione la violenza di un uomo che pretende punizioni sommarie contro i suoi nemici senza passare da un equo processo, manco fossimo dinnanzi ad uno dei leader dell'Isis.

E l'impressione non è solo quella di essere dinnanzi a chi si fa pubblicità speculando sulla morte di una poveretta, ma anche dinnanzi ad un sistema sociale che pare non funzionare se un tale individuo è messo nelle condizioni di poter essere costantemente presente su tutte le reti televisive nazionali a fronte dello 0,6% di popolazione che gli ha dato il suo consenso alle scorse amministrative.



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