Il Foglio attacca il Gay Wedding «È come dire che anche i cani possono entrare»



Anche Il Foglio si è occupato del Gay Wedding, ovviamente con i soliti toni di enorme disprezzo verso un gruppo sociale che loro reputano inferiore a loro ed immeritevole di diritti civili. L'articolo di Fabiana Giacomotti parte con una serie di insulti già dal sottotitolo, dove la donna afferma: «Sempre meno matrimoni, e sempre più fai da te. Succede anche questo: si trova una coppia di amici o di perfetti sconosciuti purché di gusti simili e si condividono fiori e catering. Così il mercato degli sposi guarda anche alle unioni civili. Una fiera a Roma». Insomma, la sua opinione è che i gay siano solo «amici» e che le unioni civili riguardino anche dei «perfetti sconosciuti»... non come il sacro vincolo del matrimonio, dove le 18enni che sposano anziani ricchi lo fanno solo per vero amore e non cero per ereditare!.
Si parte poi con il sostenere che la fiera sia «ghettizzante e ridicola come i sacchetti di confettini arcobaleno degli espositori di dolciumi e delikatessen» e si dice che l'organizzatore dell'evento le avrebbe «confermato candidamente la gabola del titolo architettato a fini promozionali facendo crollare tutta l’impalcatura sociologica». Ci dice anche che la sede della manifestazione è l'hotel Ergife, ma ovviamente anche qui la struttura viene denigrata e descritta come un «brutto palazzone alla periferia di Roma». Spiegato come i gay siano persone brutte e come sia brutto tutto ciò che li circonda, arriva arriva il giudizio di condanna globale, in cui la donna chiude il suo paragrafo sentenziando: «Insomma, zero morale, tutto business e anche al dettaglio».

Nel paragrafo successivo tornano gli insulti. Dice che gli organizzatori «sperano di accogliere quante più coppie omo intenzionate a celebrare il rito del gay wedding, qualunque cosa sia e che di certo il depliant non aiuta a capire» e dice anche che «uno pensa quanto debba essere difficile scegliere una destinazione di vacanza nelle vaste porzioni del mondo dove i sostantivi “coppia” e “omosessuale” non rientrano mai nello stesso capoverso».
Asserendo che gli etero non si sposano abbastanza, la signora Giacomotti si lancia anche nel sostenere che il suo sia stato il matrimonio perfetto perché ha risparmiato tanti soldi nell'organizzarlo. Ma se il suo senso di risparmio viene esaltato, quello dei gay viene denigrato:

La cifra che le coppie omosessuali spendono in media per un “ricevimento arcobaleno” negli stati che lo consentono non ha ancora un data base storico consistente e comparabile, ma si presume che sia inferiore a quella che le coppie etero riservano alla stessa occasione, a causa di un minor numero di invitati e a dimostrazione che il momento viene vissuto con gli stessi intenti festosi ma una minore intensità fracassona di quello che gli antipatizzanti, ma anche una certa estetica omosessuale, vorrebbero far credere.

E nuovi insulti gratuiti giungono dal suo sostenere che i gay siano privi di qualunque gusto estetico, forse ignorando che la quasi totalità delle opere artistiche del nostro Paese sono frutto di artisti gay a partire da Michelangelo e Leonardo. Ma nella sia mente non è così e dice:

Abiti, catering, luogo del ricevimento, inviti sono invece ed evidentemente del tutto identici per le coppie etero e omo e, tranne che per i pochi eccentrici, del tutto privi dell’elemento kitsch su cui tanti insistono, a partire dalla fiera del “Gay wedding” con le discutibili cromie lisergiche dei cartelloni che la pubblicizzano. Dev’essere per via dell’estetica colorata del Gay Pride che da decenni ha trasmesso un’immagine drag, dunque parziale e fuorviante, dell’omosessualità, ma questo “Gay Bride” romano tinto di viola e rafforzato dall’immagine di due ragazzette mal vestite e peggio mechate che si baciano non mi pare porti argomenti a favore della normalizzazione che la maggior parte delle omosessuali ricerca.

Dopo aver lodato chi non gradisce certe eccentricità che a dire della signora Giacomotti riguarderebbero solo i gay (perché si sa che gli etero hanno sempre buongusto anche quando si sposano in tuta da ginnastica come Adinolfi o quando ricorrono a certe baracconate, ndr), è nel settimo paragrafo del suo articoli che emerge tutta la perversione dell'autrice:

Ma ci sono anche imprenditori di parere opposto, come la wedding planner Erika Morgera che, invece, ritiene utilissimo offrire alle coppie omosessuali servizi ad hoc, o per meglio dire in atmosfera protetta: “Non tutti gli operatori con cui entro in contatto per l’organizzazione delle cerimonie sono preparati o interessati a lavorare con questo tipo di clientela. Bisogna sapersi orientare ed evitare che le coppie omosessuali possano trovarsi in situazioni poco gradevoli”, dice, e mentre la ascolto mi viene in mente il “marchio di garanzia” con cui il regime mussoliniano segnalava alle signore fasciste le sartorie che usavano solo tessuti autarchici e a cui avrebbero dunque potuto rivolgersi senza tradire gli interessi della patria, o certi adesivi applicati sulle vetrine dei negozi che segnalano l’eventuale gradimento di cani e bambini.

Strano, dato che a sostenerlo è un quotidiano che promuove ogni forma di discriminazione e che plaude a quei pasticceri che si rifiutano di fare torte per i gay o giustificano quelle persone che picchiano una coppia solo perché ha osato abbracciarsi in loro presenza. E se il concetto di gay-friendly serve ad assicurare che non si verrà insultato o denigrati dalla Giacomotti di turno, grave è come la donna paia ignorare che Mussolini i gay li mandava al confino e che di certo non li omaggiava con stoffe.

L'attacco prosegue con l'accusa rivolve ad aziende, sopiti, espositori e chiunque figuri a lei sgradito in quella sua ostentazione del suo pregiudizio:

D’altronde, se pensate che il segnalino con l’indicazione “gay couples welcome” in toni arcobaleno sfiori il paradosso, vi assicuro che non ne siamo lontani. A detta di Ridolfi, molti partecipanti al “Gay Wedding Italia” avrebbero cambiato denominazione, brand e logo pur di riuscire graditi alla presunta clientela omosessuale e ai suoi gusti ancor più presunti.

Ed ancora, si sostiene che le unioni gay valgano meno della sua , dato che lei è una donna tanto ariana e più meritevole di diritti civili in virtù di ciò che lei fa tra le lenzuola. Ed è sempre con toni offensivi e denigratori che la "signora" cita Christopher Bram a casaccio per sentenziare:

Di sicuro, quando l’autore americano scrive che “fu la parabola intellettuale e sociale di un gruppo di scrittori gay ad aprire gli occhi e le menti del mondo anglosassone all’esperienza omosessuale, rimodellandone il panorama culturale“, di certo non si aspettava che l’opera di James Baldwin, di Tennessee Williams, di Truman Capote e di Gore Vidal fino a Armistead Maupin, si sarebbe risolta nella promessa di “un rito civile autentico” (forse c’è chi predilige anche adesso le messinscene, chissà) come annuncia sul proprio sito la tenuta “La seminatrice - Ricevimenti” di Rieti, che però non ha cambiato quel nome che in effetti suona come una promessa.

Ma come ogni integralista, l'autrice del brano si erge a difensore dei gay e ci spiega che i gay sarebbero persone se non avessero alcun diritto all'individualità e se tutti si comportassero esattamente come lei ha deciso debbano fare:

Sapete com’è: anche le rivoluzioni nascono e finiscono al bar, pensate al Risorgimento italiano, dunque non si vede perché questa avrebbe dovuto sfuggire alla regola e non adattarsi alle esigenze di un allestitore di catering o di un impaginatore di album fotografici filettati d’oro. Non ho mai capito per quale motivo gli omosessuali continuino ad accettare questa rappresentazione distorta e parecchio cialtrona di un universo estetico ricco e variegato come il loro, che da secoli modella in larga misura quello di noi etero a partire dall’arte per toccare il design e la moda.

Esattamente come in epoca fascista, da donna crea quel "noi" e quel "loro" che è fu alla base stessa del nazismo. Lei crea due gruppi e cerca di caratterizzarli come se non si trattasse di "razze" diverse. Eppure tutta la sua noiosa trattazione pare una contraddizione: nell'articolo si vanta del suo matrimonio da fuggitiva con amici trovati per strada e sbattuti a fargli da testimoni («se poi la sposa decide di affittare l’abito, o fa adattare quello di mamma che è anche una soluzione affettuosa e chic, le spese possono ridursi di quindicimila euro», ci dice). Ma se nessuno ha il diritto di criticare le scelte della sua vita, difficile è comprendere perché mai lei voglia giudicare quelle altrui. Se quei confetti piacciono o non piacciono potranno pur deciderlo gli sposi senza che lei ricorra a dietrologie e giudizi morali o no?

E dopo quel fiume di insulti, si arriva a sostenere che bisognerebbe trovare un nuovo appellativo per definire i gay dato che lei attribuisce a loro un'idea di dissolutezza e di derisione. E se pare evidente che il problema sia il pregiudizio di quella donna, lei si dice convinta che i gay devono cambiare e seguire i suoi diktat se vogliono smettere di subire le sue violenze:

Anche nel mondo ufficialmente progressista la parola “gay” evoca tuttora la ribalta finale del “Vizietto” con tutto il corredo di piume, penne e risatine affettate.
È terribilmente difficile rimuovere i luoghi comuni, anche con le migliori intenzioni e con un pubblico ben predisposto. Per questo, se l’idea più condivisibile di questo “Gay wedding” è lo spazio offerto al progetto Refuge Lgbt di Croce Rossa italiana, la prima casa di accoglienza per giovani omosessuali aperta di recente a Roma, quella che lo è di meno in assoluto è non aver saputo offrire un’alternativa interessante a questo aggettivo, gay, che da tre secoli indica dissolutezza e facili costumi. A noi donne diede una mano Totò, liberandoci per sempre, con una battuta fulminante, del concetto idiota di “donnina allegra”. Dopo Monica Cirinnà, adesso alla causa gay servirebbe più che altro Tullio De Mauro.

Sarà, ma qualcuno potrebbe anche pensare che per combattere i pregiudizi basterebbe qualche persona intelligente in più e qualche Giacomotti in meno. Il tutto mentre lei si diverte così tanto a deridere gli adolescenti gay che sono stati cacciati dalle loro famiglie in virtù del proprio orientamento sessuale solo perché lei attribuisce morbosi significati alle parole.
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