La sindaca legista di Cascina modifica il regolamento: sarà lei a dover decidere matrimonio per matrimonio chi potrà usare la sala consiliare



Per mesi la Lega Nord ha ripetuto come un disco rotto che l'Italia aveva «altre urgenze» e che i diritti dei gay non erano certo una priorità. Se già allora sarebbe stato facile obiettare che senza il loro violento ostruzionismo la legge sarebbe potuta passare in breve tempo e si sarebbe poi potuto iniziare a pensare ad altro, intollerabile è come la priorità dei sindaci leghisti sia quella di cercare visibilità nell'ostentazione della propria omofobia. Chissà se davvero questa gente non ha nulla di cui occuparsi, fatto sta che la loro unica priorità sia quella di cercare modalità assurde che gli facciano guadagnare un qualche trafiletto sui giornali.
Tra loro c'è sicuramente anche Susanna Ceccardi, sindaco di Cascina (Pi), che aveva fatto parlare di sé per il suo rifiuto a celebrare unioni civili tra persone dello stesso. Nonostante Gianfranco Amato volesse fare il suo avvocato durante una causa penale per interruzione di pubblico servizio, la donna ha fatto una frettolosa marcia indietro una volta scoperto che l'inadempienza nei confronti della legge l'avrebbero condotta a doverne rispondere in prima persona.
Ma la questione non è finita lì. La padana si è messa a pensare e ripensare una strategia che le potesse permettere di far sì che nelle mura del suo dominio i gay non ricevessero quella pari dignità prevista dalla Costituzione e dalla leggi. L'idea pare sia giunta con la vergognosa mozione in cui la giunta punta a modificare il regolamento per l'assegnazione della sala consiliare alle coppie che vogliono sposarsi. La nuova versione del testo prevede che si possano celebrare matrimoni solo se a farlo saranno «consiglieri comunali e assessori in carica muniti di specifica delega rilasciata, per i singoli matrimoni, dal Sindaco pro–tempore».
In pratica, ogni cittadino dovrà presentarsi al suo cospetto e chiederle se sarà così gentile da concedergli di poter usare le strutture comunali (peraltro pagate dalla collettività e non certo di esclusiva proprietà leghista). Non solo. Se una coppia etero volesse essere sposata da un pubblico ufficiale che non è parte della giunta comunale, la cerimonia dovrà tenersi altrove dato che la sala verrà preclusa a priori. Praticamente si discrimina l'intera cittadinanza al solo fine di cercare di danneggiare gay e lesbiche (ai quali sicuramente la sindaca non darà mai il suo consenso per poter usare la stanza, nonostante la proprietà sia loro e non certo della donna).
Dinnanzi ad un testo che pare avere ampi profili di illegalità dinnanzi a distinguo e divieti immotivati, il timore è che la signora abbia deciso di ostentare la sua omofobia attraverso metodi che non la espongano più in prima persona (al massimo sarà il comune a dover rispondere dei danni procurati, rigettando ancora una volta i costi della sua ideologia sulla popolazione).

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