ProVita delira e dice che l'accettazione di figli transessuali li spingerebbe al suicidio



L'integralismo cattolico basa la sua intera propaganda ideologica sull'abuso dei bambini. Dicono che è per «difendere» i bambini che non vogliono siano fornite loro informazioni su come prevenire le malattie sessualmente trasmissibili, è per «difendere» i bambini che è necessario vietare il riconoscimento giuridico delle famiglie gay, è per «difendere» i bambini che bisogna alimentare uno stigma sociale che porti alla persecuzione e all'esclusione di quanti fra loro dovessero non essere prettamente eterosessuali.... insomma, praticamente ogni loro più perversa ideologia viene giustificata dicendo che lo si fa per i bambini.
Sarà forse questo il motivo per cui pare difficile trattenere le risate nel ritrovare l'associazione ProVita pronta a commentare la vicenda del bambini transessuale che ha scritto alla BBC dicendo:

Tuttavia la storia di Leo, “il bambino transgender“, permette di riflettere su almeno due questioni: lo sfruttamento dei bambini da parte della propaganda pro-gender e la constatazione che le evidenze scientifiche vengano calpestate in nome di ideologie contrarie all’uomo.

Gli elementi che appaiono evidenti sono tanti: per l'associazione di Brando il riconoscimento dell'identità delle persone sarebbe una «ideologia», così come appare altrettanto evidente la sua posizione nel sostenere che non si debba tenere in contro ciò che dicono i bambini. Anzi, il solo fatto di aver preso in considerazione il vissuto di un minore è etichettato come «propaganda» a fronte di quella che pare la sua convinzione riguardo alla necessità di demandare al genitore ogni scelta che riguardi la prole. Non è un caso che lui pretende che siano i genitori a decidere che cosa debbano pensare, che cosa debbano conoscere e che cosa debbano diventare. Vuole persino affidare ai genitori la "scelta" della sessualità dei figli, annullandoli e tramutandoli in oggettivi esclusiva proprietà dei loro genitori.

L'articolo passa poi a sostenere che la lettera sia falsa e ben presto giunge a proporre su pregiudizi che vengono spacciati per "scienza". Secondo la solita Teresa Moro, ci tiene a sostenere che i transessuali debbano essere visti come malati di mente:

Bisogna poi riflettere sull’aspetto scientifico. Le persone cosiddette “transgender” sono coloro che soffrono di disforia (= “stato di angoscia”) di genere, che ad oggi è ancora catalogata quale malattia mentale. Sono dunque affette da un disturbo che potrebbe essere temporaneo e che –soprattutto nei bambini– si risolve spontaneamente nel 90% dei casi. Chiaro però che, se si adotta una strategia confermativa rispetto al problema, la questione cambia e i bambini o i ragazzi faranno più fatica a fare pace con la propria identità sessuata. Vengono indotti al cambio del sesso –solo nell’estetica perché il cambiamento di sesso è biologicamente impossibile, dal momento che il cromosoma Y o c’è o non c’è– prima per via ormonale e poi anche chirurgica, con lauti guadagni per le case farmaceutiche e per le cliniche. Almeno l’80% delle persone che soffrono di disforia di genere vengono del tutto rovinate da chi li induce a cambiare sesso (e spesso giungono al suicidio…).

Si tratta di affermazioni false e parte di una strategia di morte che meriterebbe attente analisi da parte della polizia postale. Se ProVita cerca compulsivamente di far passare l'idea che le persone transessuali debbano essere visti come dei malati di mente, ma sostenere che i suicidi dipendano da un'accettazione sociale è davvero troppo. Tutti i dati reali suggeriscano che l'incidenza dei suicidi fra le persone transessuali è del 5% fra chi ottiene il supporto delle proprie famiglie e del 57% fra chi è vittima di un rifiutato. Ma non solo, il supporto delle famiglie può portare ad una vita gratificante nel 72% dei casi (contro il 33% di chi sperimenta un rifiuto) così come gli abusi familiari scendono dal 55% allo zero. La depressione è sperimentata nel 74% delle persone rifiutate dalla famiglia contro il 23% di chi ha il loro appoggio.
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