Adinolfi ha perso anche questa volta: la Consulta autorizza l'uso del cognome della madre



In quella strenua ricerca di visibilità, Mario Adinolfi ama sperare sentenze e giudizi morali contro tutto e tutti giusto per dar aria alla bocca. Ed è forse per compiacere il maschilismo che impera all'interno della sua setta che una tra le sue mire preferite è il contrasto alla pari dignità della donna, un po' come se si dicesse convinto che il fatto di indossare i pantaloni gli dia il diritto di umiliare la moglie nel pubblicare fotografie che la ritraggono china ai suoi piedi manco si trattasse della "donna sottomessa" teorizzata dalla Miriano.
Più ideologico e frutto di una propaganda basata sul nulla è poi il suo sostenere che tutto ciò che contasti con la sua ideologica di morte debba essere bollato come «un attacco alla famiglia». O alle famiglie, dato che lui ne ha due mentre si batte per impedire che altri possano veder riconosciuta la propria. Ed è così che il 23 settembre scorso, il leader integralista asseriva:

La legge sul cognome materno è una boiata ideologica senza senso, l'ennesimo attacco alla famiglia. Speri che il senato non l'approvi

Ma fortunatamente anche questa volta Adinolfi ha perso e a vincere non è la sua ideologia maschilista ma una doverosa pari dignità fra i genitori: la Consulta ha infatti accolto la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Genova sul cognome del figlio ed ha dichiarato l'illegittimità della norma che prevede l'automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo in presenza di una diversa volontà dei genitori.
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