Gianfranco Amato: «La Gaystapo intimidisce le istituzioni pubbliche. I gay sono mafiosi e le loro proteste sono intimidazioni mafiose»



Le conferenze omofobe di Gianfranco Amato stanno diventando sempre più violente e inaccettabili. Ormai l'ultra-integralista non si accontenta più di proiettare una qualche slide decontestualizzata con cui fomentare l'odio verso i gay e le lesbiche attraverso curiose reniterpretazioni, ma si propone come un martire che viene minacciato da una fantomatica Gaysptapo che sostiene sia pronta ad uccidere chiunque non la pensi come loro. Nel corso della sua conferenza tenutasi lunedì 5 dicembre a Sant'Egidio (TE), l'uomo si è lanciato nel sostenere che se un gay osa lamentarsi con le istituzioni per i vergognosi patrocini concessi ai suoi convegni, allora quella è da intendersi come una intimidazione mafiosa di persone che il suo totalitarismo prevede non debbano poter avere diritto di parola o di opinione. Ed è mostrando sullo sfondo i prigionieri di Auschwitz a cui lui si paragona che il leader ultra-integralista ha dichiarato dal palco:

Vedete, per raccontarvi le cose che vi abbiamo raccontato stasera, per farvi vedere le cose che avete visto stasera, a noi costa. Costa perché noi viviamo in una dittatura del pensiero unico e la dittatura non tollera assolutamente qualcuno che osa andare contro. Vi faccio un esempio per farvi capire in che termini questa cosa ci costa. Io e Giuseppe [Povia] veniamo costantemente insultati e calunniati. La mia macchina due volte ha subito atti di vandalismo, a Giuseppe hanno tagliato le gomme della macchina. Io continuo a ricevere simpatiche minacce di morte. Per dirvi il clima che stiamo vivendo, un po' di tempo fa la Zona Pastorale della città di Centro organizza una conferenza chiamata "Famiglia. Progetto dell'uomo creazione di Dio?". Il parroco telefona ingenuamente al sindaco, che è un ragazzo giovane di una lista civica, e gli chiede se poteva concedere il patrocinio. Il sindaco gli dice: "Certo! È organizzato dalla parrocchia!". Subito dopo, passano neanche poche ore, la Gaystapo si accorge di chi è il relatore e parte un mail bombing: centinaia di mail a questo poveri sindaco. Il sindaco si spaventa. Telefona al parroco e gli dice: "Guarda, non mi mettere in difficoltà. Ritiro il patrocinio".
Guardate come da la notizia il giornale: "Nel mirino la conferenza di Amato, iniziativa omofoba". E non è virgolettato. Non è la dichiarazione del presidente di Arcigay. No, no. È il giornale! Noi siamo omofobi a prescindere. E guardate che la gente, quando legge il giornale, crede che quello che dice è verità. Gli organizzatori hanno tentato la replica il giorno dopo e il giornale è stato costretto a dargli spazio dicendo che "la famiglia non è omofobia" tra virgolette, perché il giornale non si è assunto la responsabilità di questa affermazione. Ma sapete cos'è questo? Intimidire le istituzioni pubbliche perché il sindaco è un'istituzione pubblica. Si chiama Mafia. Questa è intimidazione mafiosa. Ed è triste che le istituzioni si intimidiscano. E noi dobbiamo opporci alla mafia gay.
A Potenza Picena io ho tenuto un incontro. Subito dopo chiamano la Senatrice Valeria Fedeli e questa qui non è molto carina nei miei confronti. Mi descrive come Ron Hubbard, il fondatore di Scientology, un manipolatore, un ciarlatano, un teleimbonitore. Anzi, guardate come i giornali locali danno la notizia: "Gender, la Senatrice Fedeli: Amato blocca i cervelli". Dice che io non solo non uso i cervelli ma che li blocco. E allora mi dicono: e chi te lo fa fare? Ma perché ti devi far offendere? Metti a rischio la tua macchina e la tua vita...

A quel punto è partita un'altra canzoncina di Povia con frasi come «le vostre critiche ci fanno ridere» o «noi non siam ancora morti di mente». Poi, ripresa la parola, Amato è tornato ai suoi soliti ritornelli propagandistici in cui chiedeva al pubblico «quanto e che cosa siete disposti a rinunciare per dimostrare che ciò in cui credete è vero? Il lavoro? La famiglia? La libertà? La vita? Siete disposti a dare la vita? E guardate che ci siamo». Immancabile è stato il proseguo con un'omelia decontestualizzata che veniva usata per sostenere che siano i preti a legittimare la sua crociata contro qualunque famiglia non si basi su un rapporto sessuale tra un uomo e una donna.

Interessante è anche la totale assenza di qualunque riferimento temporale. Se non co è dato di sapere a che cosa si riferisse con la notizia delle presunte gomme tagliate di Povia o del presunto secondo atto vandalico che Amato dice di aver subito, le immagini da lui proiettate si riferivano al luglio del 2015 e ad oggi non c'è alcuna prova che le sue accuse verso i gay siano il reale movente della rottura del suo finestrino. In quanto avvocato, probabilmente dovrebbe sapere che in Italia vige il principio per cui tutti sono innocenti sino a prova contraria, eppure lui preferisce accusare una intera comunità sulla base della sua convenienza.
Ed anche riguardo alle parole della Senatrice Fedeli, forse avrebbe dovuto notare che risalivano all'ottobre del 2015, così come forse avrebbe dovuto leggere le sue parole e non ricamare su un titolo. Inoltre, nel momento stesso in cui lui va in giro a sostenere di avere il diritto di poter dire che l'omosessualità è un peccato gravissimo e che le famiglie dei gay non valgono quanto quelle degli eterosessuali, allo stesso modo dovrebbe accettare che qualcuno possa conteste le sue tesi ed esprimere un'opinione sul suo modus operandi. L'unica differenza è che la senatrice si è basata su dei fatto conseguenti a delle affermazioni, lui attribuisce a Dio i giudici morali su cui basa la sua propaganda politica a danno di un'intera comunità sociale.
Incommentabile sono poi le sue accuse di associazione mafiosa che rivolge impunemente ed indistintamente a quei gay a cui lui avrebbe voluto negare il diritto di poter esprimere il proprio disaccordo con la decisione del sindaco, ancor più se si considera come lui sia l'unico attore coinvolto che risulta rispondere ad un Gran Maestro e che è membro delle lobby internazionali legate alla destra religiosa statunitense.

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