Il proprietario del sito di Gianfranco Amato è un garante nell'assegnazione di alloggi pubblici. E se la casa la dovesse chiedere una coppia gay?



Il 16 febbraio 2014, Gianfranco Amato stava cercando di dare inizio alla sua scalata politica attraverso una lunga intervista pubblicata da Il Giornale. Il leader integralista si dichiarò «fieramente omofobo» e si lanciò in una serie di dichiarazioni discutibili, come il suo sostenere che: «Passato il principio secondo cui una categoria è stata discriminata, lo Stato dovrà dotarsi di sistemi riparativi e compensativi. È già successo con gli afroamericani negli Usa. Arriveremo alle quote viola, su calco di quelle rosa. Chi si dichiara gay avrà diritto a un posto di lavoro e a un alloggio. Non avendo il giudice strumenti per accertare l'omosessualità, basterà un'autocertificazione».
Che basti dichiararsi gay per ottenere un alloggio o un lavoro appare pura mistificazione, così come appare contestabile anche la sua teoria riguardo al fatto che gli afroamericani non meritassero di essere ripagati per il danno inflitto dal pregiudizio. Ma ad interessarci è soprattutto come Amato abbia introdotto quei concetti che lo hanno portato a battersi per cercare di impedire che le case dell'Aler potessero essere assegnate a coppie gay. E chi è che vigila su quelle assegnazioni? Suo fratello, Massimiliano Amato.
È quanto risulta dagli atti pubblicati sul sito dell'Aler di Varese, Como, Monza Brianza e Busto Arsizio, nei quali Massimiliano Amato dichiara di non avere potenziali conflitti di interessi nel ricoprire il ruolo di componente di Collegio Sindacale. In virtù del paragrafo 4.8 del codice etico, «il dipendente deve mantenere una posizione di autonomia ed integrità al fine di evitare di assumere decisioni o svolgere attività in situazioni, anche solo apparenti, di conflitto di interessi rispetto all'attività dell’azienda».
E se è vero che una parentela non significherebbe nulla, va sottolineato che Massimiliano Amato risulta il proprietario del network di siti di Gianfranco Amato, così come è lui a gestire i suoi introiti. Ovviamente collabora nel promuovere il partito del fratello e nel condividere (anche in orario d'ufficio) i messaggi d'odio di Mario Adinolfi o le sue teorie sul fatto che i gay sarebbero dei pedofili. Il tutto, ovviamente, al fine di promuovere (sempre in orario d'ufficio e parlando in terza persona) il potere politico del fratello sostenendo che sia Dio a esigere che le uniche famiglie che debbano essere riconosciute dallo stato (e che debbano aver accesso alle case dell'Aler) siano quelle eterosessuali.
Chiaramente sarà qualcun altro a dover valutare se quella posizione sia incompatibile con un ruolo non così ben definito all'interno di un'organizzato pubblico che lui vorrebbe fosse riservato ai soli eterosessuali, ma il fatto che tutti gli omofobi abbiano le mani in pasta con realtà pubbliche appare un dato quantomeno degno di nota e di riflessione, soprattutto se c'è il rischio che la loro personale antipatia per interi gruppi sociali possa nuocere alla collettività.
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