L'EP dimenticato di Mario Adinolfi



È abbastanza evidente che Mario Adinolfi le abbia provate praticamente tutte pur di ottenere un minimo di visibilità. Dal 2007 al 2008 condusse il dimenticato show televisivo "Pugni in tasca" su MTV, per poi ammandonare la DC e tentare il successo politico con una fallimentare corsa alla segreteria del Pd (non senza destare critiche per il suo disinteresse verso la crisi dell'emittente televisiva che licenziò molti dei suoi ex colleghi).
Sapendo che la sua candidatura forse non sarebbe stato neppure considerata cercò visibilità dicendo di essere stato disposto a fare un passo indietro in favore di Veltroni, esattamente come fece quando legò il suo nome al reality televisivo "La Talpa" e rimandò le motivazioni del perché non fosse stato preso ad un'intervista che aveva concesso a SkyTg24. Insomma, era l'uomo che otteneva visibilità per raccontare ciò che non aveva fatto.
Nel 2007 fu Aldo Grasso a scrivere che non avrebbe mai votato una persona come Adinolfi perché aveva fatto piangere Anna Falchi nella trasmissione di Pezzi, era un blogger che rende pubblico il numero del suo cellulare e perché si sarebbe scritto da solo la sua biografia su Wikipedia. E forse quest'ultimo punto spiegherebbe perché mai in quella pagina non ci sia traccia della sua fallimentare esperienza come opinionista di Barbara d'Urso o come si citi solo di sfuggita il suo fallimentare progetto editoriale che nel 2010 lo vide fondare il settimanale intitolato The Week che pareva interamente basato sulla promozione del poker e sul sostenere che i giovani valessero più degli anziani.
Pochi lo ricordano, ma nel 2007 si candidò anche con la lista “Generazione U” alla guida del PD, ottenendo un fallimentare risultato dello 0,17%. Erano i tempo in cui faceva la voce grossa e criticava Veltroni, Bindi e Letta dicendo che loro non sarebbero stati capaci di aprirsi ad un confronto sul matrimonio egualitario così come lo era lui (anche se nei fatti sappiamo che l'epilogo è stato ben diverso). Nel 2001 si candidò come sindaco di Roma nel movimento "Democrazia Diretta" da lui stesso fondato (qui e qui due foto dell'epoca) ma anche lì ottenne un misero 0,1% di preferenze. Non andò meglio con il suo nuovo Popolo della Famiglia (0,6% di voti) e la brevissima vita ottenuta della versione cartacea del suo "La Croce" può dirsi tutto tranne che sia stata un successo. Gli unici risultati ottenuti furono con il gioco d'azzardo, non certo ben visto dalla sua Chiesa, condannato dal Papa e dal punto 2413 del Catechismo della Chiesa, in quella contraddizione in cui il guru degli ultracattolici pare voler condannare solo ciò che non lo riguarda in prima persona (e questo senza voler ricordare il divorzio di un uomo che dice di volersi battersi per poter vietare agli altri, per legge, di poter divorziare).

Ma è il sito "Orrore a 33 giri" ad aver riportato alla luce un altro fallimentare progetto di Adinolfi, nel quale l'ultra-integralista tentò pure una carriera nel campo musicale. Era il 2007 quando Adinolfi realizzò disco intitolato "Australia Downunder", composto da quattro tracce scritte in collaborazione con tale Cristian Umbro.
Nella prima, intitolata “Australia”, Adinolfi racconta di quanto desiderasse andare a vivere in Australia per godere del clima e del mare, ma sopratutto per il fatto che lì non ci sono ladri, non ci sono Berlusconi e avrebbe potuto vedere il mondo da una prospettiva completamente diversa. Nel ritornello diceva anche che «Australia, è molto meglio dell’Italia», che lì sono «tutti ricchi» o «almeno loro sparano ai barconi». Poi arriva una banale critica a chi generalizza, con il finale in cui il ritornello diventa: «Australia, ma sarà meglio dell’Italia?».
Si passa poi al brano “Non C’entro”, in cui Adinolfi ci delizia con frasi come «me dicono ciccione, eppure me rimbalza, perché quando magno, non lascio rimanenza». Ed ancora, racconta che «quel che tocco rompo, do’ me siedo casco, perché non esiste che io salti un pasto».
In “Prova a Prendermi”, Adinolfi sostiene di sentirsi sfruttato e lamenta giornate tutte uguali in uno stato di sottomesso ai propri capi. Ed anche lì dice di sognare di andarsene lontano da tutti e tutto. Nell'ultima traccia, il leader ultraintegralista cantava: «Solo come me, tra le strade nascoste in questa città, c’è chi mi guarda ma non si ferma mai. Soli come noi quando anche con il sole non è giorno mai. Siamo solo noi, sollevati dalla voglia di vivere».

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