Adinolfi strumentalizza la morte dei trans: «Si suicidano e usano forti quantità di alcool e di droghe per ovviare all'inevitabile disturbo di personalità»



Il fatto scientifico è di semplice lettura: uno studio condotto dal William Institute e dall'American Foundation for Suicide Prevention dimostra come la percentuale di suicidi tra le persone transgender che non ricevono supporto dalla propria famiglia sia del 46% e che tale percentuale scenda al 4% se i genitori offrono accettazione e sostegno ai figli.
Tali dati appaiono allarmati se contestualizzati con la campagna integralista che Mario Adinolfi, Gianfranco Amato, Costanza Miriano e Roberto Cascioli stanno conducendo a sostegno della signora Silvana De Mari, ossia quella ex redattrice di Adinofi che sventola i suoi studi accademici per sostenere che le famiglie non debbano accettare quei figli gay che lei reputa "anormali" e sgraditi a Dio. Il loro sostenere che le persone lgbt debbano essere ritenute dei "malati" o i loro appelli volti a chiedere che non sia offerto loro alcun supporto (al massimo qualche ulteriore violenza psicologica che possa aumentare quelle percentuali attraverso le screditate terapie riparative" sui minori che tutti loro incoraggiano) ci porterebbe a domandarci legittimamente quanti morti possano essere imputati a quella che loro definiscono come un «diritto all'omofobia».
In considerazione di come loro amino anche imputare a Dio ogni loro più perversa ideologia integralista, altrettanto lecito appare il domandarsi se davvero credano che Dio possa volere un qualcosa che possa spingere alla morte parte della popolazione solo perché loro amano credersi più meritevoli e bravi di tutti gli altri solo in virtù di dove amino spargere il loro liquido seminale. E che dovremmo dire di quella De Mari che sostiene che la comunità lgbt non difenderebbe a sufficienza i gay che vengono condannati a morte in Iraq mentre lei parrebbe coinvolta in una propaganda di morte che non miete certo meno vittime. Il fatto che lì i gay vengano impiccati non rende meno grave come qui si rischi che siano spinti al suicidio da chi cerca di creare condizioni d'odio tale in cui il pregiudizio da loro loro inculcato nei genitori possa trasformarli nei peggiori carnefici dei loro figli.

Riguardo a Mario Adinolfi, il tema diventa ancora più complicato in virtù dell'efferatezza con cui l'uomo ama fomentare cieco odio contro le persone trans, al punto che sul suo sito ci si può persino imbattere in articoli altamente discriminatori come quello da lui intitolato "Un trans non può fare la tata". Usando volutamente il maschile al fine di assicurasi di risultare offensivo verso l'identità di genere della vittima del suo attacco, con inaudita ferocia scrive:

Non si può affidare la crescita di un bambino di pochi mesi a un trans. Dalla email si capisce che la transizione da un sesso all’altro non si è compiuta, l’Inps ha ancora tutti i documenti al maschile, quindi Alessandro è a tutti gli effetti Alessandro anche se “si sente” Alessandra. Siamo davanti dunque ad una persona che non si accetta per come è, che in questo percorso di transizione deve affrontare prove psicologiche e fisiche molto pesanti con l’assunzione continua di farmaci, che dal punto di vista fisico sostiene un iter di trasformazione molto doloroso e che fa tendere all’instabilità emotiva. Un bambino di pochi mesi può essere affidato a chiunque tranne che a persone con queste caratteristiche di instabilità. L’approdo alla diversa sessualità riconosciuta, quello che porterebbe il soggetto in questione ad avere i documenti in regola con il nome Alessandra, passa poi attraverso fasi di demolizione dei genitali maschili e di costruzione di forme genitali all’apparenza femminili che sono mediamente faticosissime da molti punti di vista, sia fisici che psicologici. Il ricorso al consumo di forti quantità di alcool e di droghe per ovviare all’inevitabile disturbo di personalità che accompagna ogni evoluzione dalla disforia di genere accertata all’approdo ad una diversa conformazione dei propri genitali, è comprovato in tutti i testi scientifici, così come la più alta propensione al suicidio dei transessuali rispetto alle altre persone.

Peccato che non sia la transessualità a causare suicidi o abusi di sostene stupefacenti, ma quell'intolleranza che lui è il primo a promuovere. E non pare difficile comprendere quale sia la violenza arrecata da chi invita gli altri a sentirsi legittimati a negare un lavoro e la possibilità di poter vivere: non sarà forse quel rifiuto a contribuire ad una eventuale depressione. E davvero vogliamo far finta di non dover ritenere che il suo invito alla discriminazione possa rappresentare un preoccupante fattore di rischio per la vita di quelle persone che rischiano di essere spinte al suicidio nel nome del suo disprezzo?

Ma se pare assurdo sperare che il buonsenso possa illuminare menti di personaggi così annebbiati dall'odio e dal disprezzo da essere capaci di simili brutalità (sempre ammesso che ad animarli non siano gli interessi economici derivanti dal loro commercio di pregiudizi a danno di intere vite umane), pare lecito indignarsi dinnanzi ad istituzioni che non intervengono per tutelare quei cittadini che vengono perseguitati e minacciati da quelle teorie prive scientificità.
Anzi, doveroso è anche indignarsi dinnanzi ad un Papa non scomunica chi sta vendendo la sua Chiesa come la legittimazione alla morte e alla persecuzione di interi gruppi sociali. Perché non c'è omofobia o pregiudizio che possano assolvere chi pare pronto a rendersi complice di conseguenze così drammatiche.

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Nella foto. un'infografica realizzata da "I-meme-di-unamanu".
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