Avvenire attacca il prete pro-gay che riempie la chiesa: va fermato



Il quotidiano dei vescovi appare preoccupato e lancia l'allarme: un sacerdote ha osato parlare di amore anziché d'odio e la sua chiesa si è riempita sino all'orlo. Quindi va fermato.
Pare un controsenso, ma è ciò che viene affermato nero su bianco dal quotidiano. Ostentando la propria preferenza per chiese sempre più vuote (ma frequentate solo da personaggi assai inclini alla più totale obbedienza), l'articolo di Avvenire mostra un certo disprezzo nello scrivere:

Domenica scorsa la Messa presieduta dal sacerdote era diventata una sorta di “raduno” (con politici, non credenti e coppie gay protagoniste di unioni civili) per appoggiare le controverse riflessioni di Mignani.

Ammesso e non concesso che si possa ritenere accettabili i loro distingui, perché mai dovrebbero lamentarsene? Se una persona crede fermamente nel messaggio di Gesù, la possibilità di poterlo annunciare a persone lontane dagli ambienti ecclesiastici non dovrebbe forse essere vista come una grandissima opportunità e non certo come un fastidio? Eppure pare proprio che i vescovi preferiscano chiese vuote, chiuse ed autoreferenziali. Chiese in cui l'accesso è consentito solo a chi si è già uniformato al loro pensiero unico e alla più totale obbedienza di dogmi creati dall'uomo. L'importante è che nessuno faccia domande e, soprattutto, che non si metta in dubbio l'autorità.

Il tema dell'articolo (dal titolo "Gender e coppie gay, il vescovo incontra don Giulio Mignani") è un attacco all'opinione che don Giulio Mignani ha osato esprimere contro il telefono "anti-gender" istituito da Regione Liguria per dare credibilità alle teorie che l'integralismo ama attribuire ad un imprecisato «loro». A suscitare le loro ire è come il parroco avesse osservato che «se un'istituzione pubblica aprisse, ad esempio, uno "sportello anti-draghi", non creerebbe nelle persone la preoccupazione che i draghi esistano veramente?». E se ciò non bastasse, il sacerdote viene anche crocefisso per aver partecipato ad un'unione civile tra due uomini al posto di declinare l'invito dicendo loro che li riteneva inferiori ed immeritevoli della sua presenza.
Sarà, ma i fatti ci raccontano che Gesù frequentasse persino le prostitute senza giudicarle, ma evidentemente i nostri vescovi hanno idee assai diverse su come la loro chiesa debba essere aperta solo a chi si crede migliore degli altri e si diverte a giudicare e condannare il prossimo (meglio ancora se ciò avviene a porte chiuse, trincerate in chiese in cui darsi ragione a vicenda senza neppure ascoltare l'opinione dell'altro). Tant'è che Avvenire sorvola rapidamente sulle argomentazioni del sacerdote, preferendo concentrarsi sulla sua sentenza di condanna. Dicono ai lettori che papa Francesco sia contro di lui perché disse che «i Padri sinodali hanno osservato che circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ed ancora, citano il vescovo per dire che «Palletti ha ribadito l’insegnamento del magistero della Chiesa sulle teorie del gender e sulle questioni antropologiche relative all'equiparazione del matrimonio e della famiglia ad altre forme di convivenza, in particolare quelle omosessuali».
E se quelle omosessuali non sono «convivenze» ma unioni riconosciute dalla Repubblica, difficile è non osservare come le loro tesi non vengano mai motivate: dicono sia così perché l'ha detto Tizio o Caio, non perché si sentano sufficientemente convinti delle loro posizioni da azzardare una qualche argomentazione che possa essere esaminata, contestata o discussa. È così. Punto.

Ideologica pare la presa di posizione a sostegno di un'iniziativa di partito a danno di una parte della popolazione, in quell'assurdo contesto in cui il giornale dei vescovi pare dare per scontato che si tratti di un'iniziativa contro i gay anche se la Regione ha più volte negato tale ipotesi (anche perché sarebbe una discriminazione incostituzionale).
Tutto ruota attorno ad una fantomatica «teoria del gender» che nessuno ha mai definito e che alcuni gruppi religiosi amano usare quando non sanno a che cosa attaccarsi per sostenere che l'articolo 3 della Costituzione sia in errore a garantire pari dignità a tutti i cittadini italiani. E il fatto che nessuno sappia realmente di che cosa si parli è come avere in mano un jolly da potersi giocare all'occorrenza.
L'unico fatto noto è che il «gender» sia una semplice parola inglese che significa «genere». Ammesso e non concesso che vogliano mettere in discussione l'idea che esitano diversi generi tra le persone, in che modo ciò dovrebbe poter essere usato contro i gay? Che loro vogliano o no, i gay sono di genere maschile esattamente come gli eterosessuali. Se avessero letto i libretti dell'Unar al posti di metterli preventivamente all'indice, forse ora lo saprebbero magari userebbero i termini per il loro vero significato e non solo sulla base di curiose reinterpretazioni.
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