Un approfondimento sulla ricerca riguardante l'accoglienza e accettazione delle persone HIV+



Qualche tempo fa ci eravamo occupati dei risultati emersi dalla ricerca di Plus sull'accoglienza e accettazione delle persone HIV+. Per saperne di più sul tema, ne abbiamo parlato con Giulio Maria Corbelli di Plus onlus - Persone LGBT sieropositive.

Fatta la fotografia della situazione, quali sono i dati più eclatanti che ne emergono?
Innanzitutto, viene confermata l’ipotesi di studio: l’Hiv è un tema certamente presente nella comunità gay, ma che crea ancora paure e divisioni.
Le convinzioni sull’Hiv e sulle persone Hiv-positive non corrispondono appieno alle reali esperienze di queste persone; questo vale sia per chi si reputa siero-negativo, sia per chi vive con l’Hiv. Ad esempio, il 42,7% degli uomini gay italiani che non hanno avuto una diagnosi di Hiv pensano che, nel caso diventassero sieropositivi e lo dicessero ai propri amici gay, il rapporto peggiorerebbe, mentre solo il 2,9% pensa che potrebbe migliorare; invece, gli uomini gay con Hiv che lo hanno detto ai loro amici gay, riferiscono un miglioramento del rapporto in quasi il 20% dei casi, mentre solo il 5% ha vissuto un peggioramento.
In sintesi: l’immagine che abbiamo come uomini gay della vita con Hiv è diversa dalla realtà. Complica il questo il fatto che non c'è dialogo e confronto su questo tema tra chi ha esperienza diretta e chi invece non ce l’ha.

Tra le persone sieropositive emergono dati di maggior omofobia subita o interiorizzata. Secondo te, in che modo la discriminazione incide anche sulla vita sessuale e sulle pratiche di prevenzione delle persone?
In realtà, i rispondenti HIV+ presentano un livello lievemente inferiore di omofobia interiorizzata, propriamente intesa, rispetto a quelli HIV-; la differenza non è però numericamente considerevole.
Se invece parliamo, più in generale, di rifiuto sessuale, allora le cose sono più delicate: circa il 60% degli uomini con Hiv riferisce di essere stato rifiutato / evitato / escluso da gay sieronegativi a causa del suo stato sierologico Hiv almeno una volta; allo stesso tempo è è comunque da notare che 2 rispondenti su 5 non hanno mai avuto questa esperienza.
Se a tale scenario si aggiunge il fatto che 3/4 degli uomini gay con Hiv che hanno fatto sesso nell’ultimo anno non hanno detto ai propri partner sessuali di avere l’Hiv, si ottiene la seguente conferma: l’immagine dell’Hiv che si respira nella comunità gay renda ancora difficile parlare apertamente di questo tema.
Questo è un enorme problema per la prevenzione: noi italiani, cresciuti in un ambiente in cui l’educazione sessuale era spesso vista come un’iniziativa demoniaca, o comunque 'sporca', sappiamo bene che non poter parlare di questi argomenti rende più difficile la cura della salute sessuale.

Solo il 19% dei sieropositivi dice di aver ricevuto supporto dalla famiglia. Credi che lo stigma porti le persone ad aver difficoltà di rivolgersi ai propri parenti timore di un rifiuto?
Probabilmente i vissuti sono molto diversi.
I meno giovani probabilmente evitano di affidare ai propri anziani genitori il peso di una notizia (la propria sieropositività) che, nella maggior parte dei casi, avrebbero difficoltà a gestire - o per lo meno così pensano.
In altri casi, se gli uomini gay non hanno dichiarato la propria omosessualità in famiglia, difficilmente si può affrontare un doppio coming out così traumatico. È un caso evidente in cui il fatto di vivere due condizioni di possibile discriminazione - l’omosessualità e la sieropositività - complichi ulteriormente le cose.
Ci sono però fortunatamente anche tante storie di supporto bellissimo da parte dei propri genitori.

Dinnanzi ad 14% di persone che si sentono abbandonati da tutti, secondo te qual è il motivo per cui i centri di supporto non riescono ad essere presenti o a offrire l'aiuto cercato?
Per cercare dell’aiuto, è necessario riconoscere una difficoltà ed avere intenzione di superarla.
Bisognerebbe inoltre capire se le persone che non hanno ricevuto supporto da nessuno lo hanno chiesto oppure no.
Purtroppo ci sono persone che non riescono a gestire la diagnosi di Hiv, persino persone che fanno finta di niente, la ignorano finché possono e sono costretti a richiedere cure solo quando si aggravano. Questa è una cosa molto triste e preoccupante: sappiamo che iniziare la terapia il più presto possibile è la cosa migliore per la nostra salute e per evitare di rischiare di trasmettere l’infezione ai nostri partner.
Ma capisco anche che in alcuni casi, l’immagine dell’Hiv che abbiamo in mente ci rende enormemente difficile usare la ragione per gestire la sfida.

Chi volesse cambiare le cose, su quali fronti dovrebbe iniziare a lavorare alla luce dei dati emersi?
In questo ambito la visibilità delle persone con Hiv credo possa giocare un ruolo importante.
Se più uomini gay si sentissero pronti a parlare della propria sieropositività ai propri amici senza dover temere che il 'passa-parola' possa portare conseguenze negative nella propria vita, soprattutto di relazione, sicuramente questo aiuterebbe a far scomparire molti pregiudizi e idee errate sulla vita con Hiv.
D’altra parte è anche necessario che chi non ha l’Hiv abbia la mente aperta a sufficienza per poter cambiare visione...

Un sentimento di esclusione si verifica anche nelle relazioni sessuali, potenzialmente incoraggiando ulteriore invisibilità. Come si potrebbe cambiare questa tendenza?
Se non ci fossero più profili sui social gay che escludono dichiaratamente le persone con Hiv, se chi non ha ricevuto una diagnosi di Hiv si informasse abbastanza per capire che non c’è pericolo a fare sesso con una persona che la diagnosi l’ha avuta e magari è anche in terapia, probabilmente ci sarebbero meno difficoltà da parte delle persone con Hiv a parlare del proprio status con i propri partner sessuali e questo aiuterebbe a trovare insieme le strategie migliori per minimizzare i rischi per la salute di tutti.
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