La Corte Suprema di Washington conferma la condanna per il fioraio omofobo



I nove giudici della Corte Suprema dello stato americano di Washington hanno confermato all'unanimità la sentenza che condannava il fioraio omofobo che si rifiutò di vendere fiori ad una coppia gay. Il caso divenne un cavallo di battaglia per i fondamentalisti cristiani, certi che la discriminazione debba essere considerata lecita se si adducono presunte argomentazioni religiose.
Era il 2013 quando Barronelle Stutzman, che gestisce un negozio di fiori nella piccola città di Richland nel sud-est dello stato, si rifiutò di vendere fiori a due uomini dopo aver scoperto che sarebbero stati destinati al loro matrimonio. I due uomini erano clienti abituali da almeno dieci anni. La donna si giustificò dicendo che il suo «rapporto con Gesù Cristo» gli impediva di vendere fiori a «supporto» di un matrimonio tra persone omosessuali. Nel 2015 un tribunale ha stabilito che Stutzman aveva violato la legge sulla parità di trattamento dello Stato di Washington e le ha inflitto un'ammenda di 1.000 dollari oltre alla raccomandazione di non discriminare altre persone in virtù del loro orientamento sessuale.
Arlene Stutzman è così divenuta una eroina dei fondamentalisti cristiani e della loro cosiddetta "lotta per la libertà religiosa" che vide la discesa in campo della Alliance Defending Freedom, ossia del gruppo ferocemente omofobo per cui lavora anche Gianfranco Amato che risulta classificato come come gruppo di odio omofobico dal Southern Poverty Law Center.
La Corte Suprema dello Stato ha confermato che lo Stato aveva il diritto di combattere la discriminazione nel diritto civile. Il giudice ha citato anche svariati precedenti, tra cui il divieto di discriminare coppie multirazziali per motivi religiosi come cristiani conservatori hanno chiesto sino a qualche decennio fa.
Un avvocato della Alliance Defending Freedom ha già annunciato che Stutzman vorrebbe ricorrere alla Corte suprema nazionale per difendere il suo "diritto" a usare la religione come giustificazione all'odio.
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