L'Italia è il Paese con il più alto tasso di analfabetismo funzionale, una manna per gli sciacalli del populismo



Spesso ci si domanda come sia possibile che alcune persone possano dar credito agli improponibili personaggi che popolano l'omofobo mondo dell'integralismo cattolico. Guardando il divorziato che non vuole i divorzi, l'avvocato raffinato che odia i gay o la donna che esige di essere sottomessa a suo  marito, c'è davvero da domandarsi come diavolo sia possibile che i loro interlocutori non scoppino a ridere in faccia.
Una possibile risposta arriva da ricerca comparativa internazionale sull'analfabetismo funzionale promossa dall'OCSE, dalla quale emerge come l'Italia abbia in triste primato in analfabetismo funzionale. La classifica indica come a rientrare in quella definizione sia il 47% della popolazione italiana contro il 7% della Norvegia. L'unico altro stato drammaticamente alto in classifica è il Messico, con una percentuale del 43,2% (e chissà non sia proprio quello il motivo che ha condotto Gianfranco Amato a cercare popolarità anche in quelle terre). Dal terzo posto in poi, la percentuale si abbassa drasticamente: c'è il 20% degli stati Uniti, il 17,5% dell'Ungheria o il 15,9 della Svizzera. Per farla breve, gli italiani hanno tre volte il numero di analfabeti dell'Ungheria, sette volte più della Norvegia.

Il termine analfabetismo funzionale indica l'incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana.
Quando si è analfabeti, non si è per nulla in grado di leggere o scrivere. In contrasto, chi è funzionalmente analfabeta ha una padronanza di base dell'alfabetizzazione (leggere e scrivere testi nella sua lingua nativa), ma con un grado variabile di correttezza grammaticale e di stile. Ciò significa che quando si è posti di fronte a materiali stampati, gli adulti funzionalmente analfabeti non possono operare efficacemente nella società moderna e non possono svolgere adeguatamente compiti fondamentali come riempire una domanda d'impiego, capire un contratto legalmente vincolante, seguire istruzioni scritte, leggere un articolo di giornale, leggere i segnali stradali, consultare un dizionario o comprendere l'orario di un autobus.

Ciò spiegherebbe perché il mondo della politica abbia abbandonato ogni dibattito sui contenuti, preferendo slogan di facile comprensione o dibattiti condotti a suon di urla nella speranza che possa valere la regola del "a chi vusa pusè, la vaca l'è sua" (La mucca è di chi urla più forte).
Pare far presa anche il populismo, dove basta dire che gli immigrati costano 30 euro perché la gente sbavi all'idea di incassare quei soldi (anche se basterebbe assai poco a non invidiare chi ha dovuto lasciare casa, famiglie  lavoro per cercare un futuro non certo facile). Ed è sulla stessa lunghezza d'onda che si colloca il tentativo di sventolare lo spettro del "gender", una parola che i loro seguaci non comprendono e che può essere usata per qualunque rivendicazione si voglia. Probabilmente non sarebbe altrettanto facile se i loro seguaci avessero la capacità di comprendere ciò che gli viene detto, magari ritrovandosi a fare delle domande a chi attribuisce una fantomatica "ideologia" ad una parola del dizionario inglese che significa semplicemente "genere".
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