Mario Adinolfi: «Le Iene dimostrano che i veri discriminati sono i normali, non quegli anormali dei gay»



«Oggi i reali discriminati non sono i gay, ma gli altri. Esiste un conformismo ideologico e di stato che tollera e persino incoraggia questa situazione. Lo ripeto: i veri discriminati sono i normali, mentre le associazioni gay si comportano spesso in modo aggressivo ed irrispettoso. Basti vedere quello che è successo al festival di Sanremo». È quanto dichiara l'ultra-integralista Mario Adinolfi all'interno della sua crociata di promozione dell'intolleranza.
In quel crescendo di violenza con cui Adinolfi spera di poter trarre profitto economico dalla vendita di pregiudizi, difficile è non osservare come il leader omofobbo sia arrivato all'inaccettabile livello di bollare come «anormnali» quai gay che sono vittima della sua ossessiva persecuzione. E di altrettanta violenza pare la sua allusione al fatto che dei cantanti gay non avrebbero dovuto poter cantare a Sanremo in virtù di come lui disprezzi il loro orientamento sessuale.
Il tema in oggetto è il servizio delle Iene a cui Adinolfi spergiura di aver collaborato nonostante la redazione del programma televisivo neghi tale circostanza. Ed è così che dalle pagine de La Fede Quotidiana, l'integralista afferma che sia «vergognoso che si regalino soldi pubblici ad associazioni che promuovono la prostituzione maschile e gay, appoggiare invece le famiglie». In realtà tutte queste illazioni sono ancora da verificare, ma evidentemente Adinolfi ignora il principio costituzionale che impone la presunzione di innocenza sino a prova contraria.

In un clima di sciacallaggio mediatico che costituirebbe reato in qualunque Paese civile, Adinolfi si lancia nel chiedere un intervento della magistratura contro tutte le associazioni gay, così come spergiura che «è ormai noto che lo stato eroghi soldi a pioggia e casaccio per le associazioni gay e non alle famiglie e vi è uno spreco assurdo di denaro pubblico che andrebbe investito verso il bisogno sociale vero, penso al reddito per la mamma».
Frasi che paiono non tener conto del fatto che si stia parlando di 55mila euro e di come tutto il teatrimo messo in piedi dall'integralismo costerà assai di più e rischia  di chiudersi con l'accertamento di come non siano state commessi illeciti. Ma il tentativo di usare il denaro come strumento di propaganda dell'odio viene sfruttato anche dal suo sostenere che «Anche questa volta, come nel recente passato, Carlo Conti si è piegato alla lobby gay e sono stati elargiti compensi milionari a signori campioni della pratica dell’ utero in affitto. Insomma, Sanremo è divenuta una specie di Gay Pride e un bancomat per queste esigenze. Oggi mettersi contro i gay è pericoloso e non tutti vogliono provarci o hanno il coraggio di farlo».
Immancabile è poi la sua solita strumentalizzazione politica della religione e il suo sostenere che «i vescovi italiani non tutti per fortuna, non gridano e non denunciano con la doverosa energia, perchè figli di una Chiesa che ormai fa poche battaglie e sembra acquiscente al potere o per lo meno non lo contrasta».
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