Provita sostiene che impedire rassicurazioni ai figli degli omofobi sia «nell'interesse dei bambini»



Se la propaganda di Provita non ha mai brillato per etica e correttezza, pare un insulto alla ragione il loro sostenere che le censura dello spettacolo teatrale "Fa’afafine" debba essere considerata un'azione «nell'interesse dei bambini».
Lo scrivono nero su bianco, in quella ossessiva ripetizione degli slogan della loro propaganda di promozione dell'intolleranza a sostegno dei loro progetti politici. Me se consideriamo come lo spettacolo abbia l'obiettivo di rassicurare i bambini sulla loro identità, pare difficile sostenere che sia nel loro interesse far sì che i genitori omofobi possano impedirgli quelle rassicurazioni. Che senso avrebbe ruservare lo spettacolo solo a chi ha la fortuna di vivere in famiglie accoglienti ed inclusive che probabilmente tutto l'appoggio di cui hanno bisogno i loro figli?
Sarebbe come sostenere che la scuola non debba investigare su presunti casi di pedofilia in famiglia se non dopo aver ottenuto un'esplicata autorizzazione dai genitori. «Scusi, posso chiedere a cui figlio se lei lo stupra? No? Va bene, allora volto la testa dall'altra parte».

È dunque contro i diritti dei bambini e in violazione della loro identità che Provita sta fomentando un'assurda polemica che serve solo a dare visibilità all'estrema destra. Ed è quanto sta accadendo in Trentino a causa del consigliere Rodolfo Borga o nella Regione Veneto dove ad un "tavolo permanente per la famiglia" siede proprio l'associazione omofoba guidata dall'integralista Toni Brandi.
Rispolverando le mozioni omofobe che Lega Nord e Fratelli d'Italia hanno imposto in varie parti d'Italia, l'organizzazione di estrema destra sostiene genitore debba poter fare tutto ciò che vuole di suo figli, descrivendolo come un oggetto di esclusiva proprietà dei genitori. Nei proclami di Brandi nessuno parla mai dei diritti dei bambini o delle tutele che lo stato deve garantire loro, ma solo del presunto diritto dei genitori di poter imporre loro le proprie decisioni. Peccato che il voler imporre un'identità contraria alla natura del piccolo sia una torture e non sarebbe dissimile dal sostenere che un genitore debba poter ridurre in schiavitù i suoi figli in virtù del suo "diritto" di prelazione sulle leggi.
Perché se i loro slogan appaiono pacifici e quasi condivisibili, lo è meno quando ci troviamo dinnanzi a chi dice che un padre debba poter dire al figlio gay che lo ritiene contro natura, immeritevole di vita e da destinarsi ad un centro di tortura psicologica per la "cura" della sua omosessualità o della sua identità di genere. E Brandi non si limita a chiedere tutto questo, ma esige che lo stato volti la testa da un'altra parte e che non muova un solo dito per garantire ai bambini il loro inviolabile diritto alla vita.
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