Così le suore irlandesi strappavano i bambini alle loro madri nel nome dello stigma sociale



«Avrei voluto chiamare mio figlio William, come mio padre e come mio nonno, ma le suore mi hanno costretto a chiamarlo Gerard. "Così sarà più facile darlo a una famiglia cattolica" mi hanno detto. Tre giorni dopo il parto mio figlio si è ammalato. Sono convinta che avrebbero potuto salvarlo, ma lo hanno lasciato morire». È quanto racconta ha racconta Bridget ad RTE in merito a ciò accadeva nelle strutture per ragazze madri gestite dalle suore irlandesi.
Il ritrovamento di una fossa comune contenente centinaia di corpi presso l'istituto delle suore di Tuam ha riacceso il dibattito sul trattamento che i gruppi religiosi riservarono alle giovani madri come conseguenza dello stigma sociale che investiva chiunque avesse un figlio ad di fuori di un matrimonio. Istituti che restarono in attività sino agli anni '90, finanziati dallo stato e gestiti da congregazioni religiose.
«Avveniva tutto in una stanza del convento -racconta Deirdre Wadding a The Journal- Ho partorito il mio primo figlio su un tavolo di metallo. Mi hanno indotto il parto, all’età di 18 anni al solo scopo di velocizzare la procedura e rimandarmi a casa nel più breve tempo possibile perché i vicini non si accorgessero di cosa ero venuta a fare. Per questo motivo ho avuto un parto molto duro. È stato usato il forcipe, la ventosa e ho subito una grave episiotomia. Ho avuto una grave emorragia. E non ho potuto alzarmi per tre giorni. Ho visto per la prima volta mio figlio il giorno stesso in cui ho dovuto abbandonarlo. È stato estremamente traumatico e questa cosa mi ha perseguitata per anni. Anche oggi che finalmente ci siamo ritrovati. Siamo state punite per un reato che non esisteva, il fatto di essere un essere umano sessualmente attivo, e per questo ci è stata data una sentenza a vita: essere private dei nostri figli».
Un susseguirsi di mea-culpa giungono dalle autorità civili e politiche del paese, anche se la Chiesa cattolica risulta la grande assente dal dibattito con un inquietante silenzio.
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