Gianfranco Amato pare ignorare la storia con il suo dichiarare: «Su Hitler Adinolfi ha ragione!»



C'è da farsi venire una gastrite ogni volta che Gianfranco Amato apre bocca. Pare incredibile che in un essere tanto piccolo possa esserci tanto odio per l'umanità e tanto disprezzo per l'opera di un Dio che lui ama bestemmiare ogni singolo giorno della sua vita (ritenendo che rosari e crocefissi siano armi di promozione politica e di guadagno personale a danno del prossimo).
Dinnanzi alle frasi shock che hanno portato Mario Adinolfi ad essere sospeso da Facebook per un mese, il compagno di partito ricorre al suo solito vittimismo nel sostenere che chiunque abbai ostato criticare il suo compagno di business sia in errore. L'affondo è contenuto in un articolo dal titolo "Su Hitler Adinolfi ha ragione!". Adinolfi accostò il suicidio assistito e volontario di Dj Febo agli stermini compiuti da nazisti contro persone che di certo non avevano chiesto di essere rinchiusi dei suoi campi di sterminio, ma Amato lo difende a spada tratta e scrive:

Sulla vicenda della soppressione eutanasica di Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, Mario Adinolfi ha scritto un duro giudizio che io sottoscrivo parola per parola. Un giudizio che ha scatenato l’ira dei bien-pensant politicamente corretti, dei kapò della dittatura dominante, degli zeloti dell’autodeterminazione, degli impresari di quel business chiamato “dolce morte”, e delle Vestali del Pensiero Unico. Solo per aver detto che Hitler almeno la “Gnadentod”, la morte per pietà, la faceva praticare a costo zero. Si è straparlato di campi di concentramento, di internati dei lager gassati, e simili vaniloqui. La reazione scomposta ha persino portato alla chiusura temporanea della pagina Facebook del povero Mario, secondo l’ormai consolidata prassi della censura di regime. Il punto è che i detrattori di Adinolfi non conoscono la Storia.

Ed è così che il segretario di uno tra i partiti che più assomigliano al nazismo in virtù dei loro distinguo sulla famiglia e sulla loro contrarietà al principio di pari dignità di ogni cittadino (amano sostenere che l'eterosessualità sia come una nuova razza ariana che merita maggiori diritti civili), racconta la sua versione ella storia dicendo che:

Nel primo trentennio del secolo scorso l’opinione pubblica tedesca era già ampliamente influenzata dal vento di quella velenosa cultura eugenetica che, peraltro, soffiava dal Regno Unito. Non è un caso che Il termine eugenetica sia stato inventato da Francis Galton, il cugino di Charles Darwin, e che proprio l’inglese Marie Stopes negli anni venti anticiperà le follie della purezza della razza e del concetto di “vita non degna di essere vissuta”, fatte poi proprie dall’ideologia nazista.

Cercando di mescolare a proprio uso e consumo il suicidio assistito, l'eutanasia e lo sterminio dei disabili in un minestrone in cui la vita e la dignità umana vengono rigorosamente sottomesse alla sua personale convenienza, Amato aggiunge:

Nonostante la legislazione tedesca non lo consentisse, numerose erano, alla fine degli anni Trenta, le richieste da parte di persone interessate a porre fine ad un’esistenza ritenuta “indegna di essere vissuta”, attraverso l’eutanasia. Le domande furono tutte puntualmente respinte, fino a quando non arrivò il caso pietoso. E sì, c’è sempre un caso pietoso all’inizio del male. Quella volta l’attenzione fu rivolta ad un neonato, il “Piccolo Knauer”.
Il nome vero era, in realtà, Gerhard Herbert Kretschmar. Si trattava di un bimbo nato il 20 febbraio 1939 nella cittadina di Pomβen. Il piccolo era cieco, privo di una gamba e di parte di un braccio. I genitori di Gerhard, il signor Richard Gerhardt Kretschmar e la signora Lina Sonja Kretschmar, nella primavera del 1939, un paio di mesi dopo la nascita del neonato, chiesero al direttore della Clinica Pediatrica di Lipsia se fosse stato possibile “addormentare” il figlio attraverso un’iniezione letale. [...] Fu proprio il caso del “Piccolo Knauer” a convincere Hitler dell’opportunità di regolare la materia.

Con una crudeltà che non pare umana, l'integralista Amato aggiunge:

Il dottor Brandt, per conto del Führer, “sollevò” i genitori del piccolo Gerhard dal peso enorme che li affliggeva, cercò di non farli sentire “colpevoli” dell’uccisione del figlio, e non fece pagare loro neppure un Reichsmark per la dose di morfina utilizzata nell’iniezione con cui si è proceduto ad addormentare per sempre il loro neonato. Sì, da quel momento l’eutanasia su richiesta nella Germania del Terzo Reich fu sempre a carico dello stato. Gratis e senza spese. Ha proprio ragione Mario Adinolfi, e i suoi detrattori non conoscono la Storia.

Pare però che il signor Amato dimentichi qualche particolare nel fornire la sua versione rivista e corretta della storia. Tra i passaggi che risultano omessi nella sua versione c'è l'evidenza del contenuto nell'ordine scritto da Adolf Hitler il 1° settembre 1939, nel quale si diede l’avvio ufficiale al processo di eutanasia attraverso l'incarico al capo della cancelleria Bouhler e al dr. Brandt di organizzare fisicamente lo sterminio. Il documento recitava: «Il Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l'umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia».
In quel caso, dunque, a scegliere chi doveva vivere e chi doveva morire non era tanto una lecita autodeterminazione, ma la decisione di uno stato che imponeva la morte anche a chi avrebbe voluto vivere. E non è certo una differenza da poco!

Il signor amato pare dimenticare anche che l'ordine era incredibilmente generico, dato che Hitler parlava di "malati incurabili" in una definizione estremamente larga che di fatto lasciava carta bianca ai medici. Al processo di Norimberga il segretario di Stato Lammers ricordò il punto di vista di Hitler sull'eutanasia: «Ho sentito parlare per la prima volta di eutanasia nel 1939 in autunno: era la fine di settembre o l'inizio di ottobre quando il Segretario di Stato dottor Conti, Direttore del Dipartimento di Sanità del Ministero degli Interni fu convocato ad una conferenza del Führer e vi fui portato anche io. Il Führer trattò per la prima volta in mia presenza il problema dell'eutanasia, affermando che riteneva giusto eliminare le vite prive di valore dei malati psichiatrici gravi attraverso interventi che ne inducessero la morte. Se ben ricordo portò ad esempio le più gravi malattie mentali, quelle che consentivano di far stare i malati solo sulla segatura o sulla sabbia perché, altrimenti, si sarebbero sporcati continuamente, oppure i casi in cui i malati ingerivano i propri escrementi e cose simili. Ne concludeva che era senz'altro giusto porre fine all'inutile esistenza di tali creature e che questa soluzione avrebbe consentito di realizzare un risparmio di spesa per gli ospedali, i medici e il personale».
Può forse esistere un parallelismo tra questa posizione e un uomo che ha volontariamente chiesto di poter porre fine con dignità alla propria vita. Evidentemente no, dato che c'è differenza tra l'autodeterminazione e lo sterminio.
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