Cecenia, Elena Milashina parla di 50 morti nei campi di concentramento per gay



È in un'intervista all'Huffington Post che la giornalista russa Elena Milashina di Novaya Gazeta ha raccontato nuovi retroscena sulle torture praticate nelle cinque prigioni segrete allestite dalle autorità cecene. Si parla ormai di ben cinquanta morti tra gli uomini brutalmente torturati per la sola "colpa" di amare persone del proprio sesso. Tra loro non ci sarebbero solo gay (o sospetti tali) ma anche intellettuali e nemici politici, tutti implacabilmente sottoposti ad un inferno fatto di unghie strappate, percosse, scosse elettriche ai genitali, sedie elettriche.
Riguardo ai fatti, Elena Milashina ha spiegato che «abbiamo avuto le prime informazioni sulla campagna contro le persone lgbt circa due settimane e mezzo fa e abbiamo provato a contattarle utilizzando diverse fonti. Lavoro in Cecenia da molti anni e ho diverse contatti tra i cittadini, nei servizi segreti, nella polizia e così via. Ma non sono stata la sola ad ottenere queste informazioni, tanti giornalisti che si occupano della Cecenia e alcuni attivisti dei diritti umani in Russia avevano questa informazione. E insieme stiamo cercando di dimostrare che è vera».

La donna ha spiegato anche come il network lgbt russo abbia attivato una linea di emergenza per le persone nel Caucaso che sono riuscite a sfuggire alle retate delle autorità. Ad essa sarebbero giunte le denunce di circa ottanta persone che sono state detenute illegalmente e torturate solo perché gay, adesso in salvo in alcune città della Russia.
Le persone rilasciate sotto cauzione apparterrebbero tutte ad una prima ondata di arresti avvenuta a fine febbraio. Poi, in seguito al polverone mediatico sollevato dall'autorizzazione all'organizzazione di un gay pride a Nal'čik, ne sarebbe conseguita una seconda ondata. «Molte persone arrestate la prima volta sono state detenute di nuovo -ha raccontato Milashina- e quando Mr Kadirov, capo della Cecenia ha saputo che alcuni erano stati rilasciati nella prima ondata, si è arrabbiato molto ed ha vietato il rilascio. Le persone che sono state arrestate per una seconda volta sono ancora in prigione».

Da pelle d'oca è il racconto di come nelle carceri le persone lgbt vengano fatte picchiare anche dagli altri detenuti: «Le persone che fanno uso di droghe e che sono state arrestate, picchiate e torturate, alla fine hanno avuto il permesso di torturare anche le persone lgbt. Torturate anche con la sedia elettrica». E il conto delle vittime sarebbe agghiacciante: «Alcune informazioni che ho ricevuto parlano di 50 persone. Le uccisioni si sono perpetrate per due mesi, durante la campagna contro le persone lgbt. Lo abbiamo ampiamente confermate grazie a numerose fonti. E abbiamo già delle fonti certe».
Preoccupante è come le autorità non siano l'unica minaccia per le vittime della persecuzione: «Quella del Caucaso è una società ultra tradizionalista e anche i parenti mettono in atto persecuzioni e uccisioni. Non è solo la polizia Cecena, sono soprattutto i parenti a fare questo ai loro cari quando scoprono che sono gay». Ed è così che la giornalista racconta di «un ragazzo che è riuscito a scappare perché la polizia ha iniziato a cercarlo quando era già fuori dalla Cecenia. Ma prima, è stato ricattato dalla polizia in quanto gay. Quando sono andati a casa sua, hanno detto che erano obbligati a portarlo alla stazione di polizia dove lo avrebbero torturato e se solo non avesse fatto i nomi di altri gay, suoi amici. La polizia lo ha restituito alla famiglia dicendogli che avrebbero dovuto ucciderlo. E quando il fratello ha detto al ragazzo che avrebbe obbedito agli ordini imposti dalla polizia, il ragazzo è scappato. Non è più tornato in Cecenia. È fuggito dalla Russia. E ora vive in un paese europeo».
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